La Cassazione conferma la condanna per diffamazione a carico di Bruno Vespa

bruno_vespaLa terza sezione civile della Cassazione (sent.16917/2010) ha confermato la condanna di Vespone per diffamazione di due pm napoletani (24 mila euro per ciascuna delle parti offese) che, negli anni 90, avevano ordinato l’arresto del manager Vito Gamberale (poi assolto). Vespa, citato a giudizio per un passaggio del libro “La sfida” in cui l’intervistato Gamberale definiva «illegittimo» il suo arresto, si era difeso sostenendo di aver solamente riportato la «sostanziale verità dei fatti», peraltro confutata da due sentenze di merito e anche da un’indagine ispettiva del ministero.

La Corte sottolinea che al giornalista non basta riportare fedelmente le parole dell’intervistato avendo anche il dovere di controllare la veridicità delle circostanze riferite e la continenza delle espressioni riferite, mantenendo comunque sempre una “posizione imparziale”. Invece l’intervista incriminata «era punteggiata da domande di cui appariva ovvia la risposta, nonché accompagnata da notizie allusive, da sottintesi, da ambiguità tali da ingenerare nel lettore la convinzione della rispondenza al vero dei fatti esposti», e ignorava invece le circostanze di possibili ricostruzioni alternative «già conoscibili al momento della stesura del libro»


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Commenti
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  1. Andrez - 21 luglio 2010

    A parte l’aspetto tecnico della condanna, sul quale non posso esprimermi ed attendo di leggere le osservazioni del tuo collega Bsaett,  l’aspetto politico mi induce invece alcune considerazioni.

    Bruno Vespa (Laurea in Giurisprudenza) oltre a vantare importanti conoscenze in Vaticano è sposato con il Magistrato Augusta Iannini, attuale capo del Dipartimento per gli Affari di Giustizia del Ministero della Giustizia.  A lei sono attribuite gran parte delle elaborazioni delle leggi ad personam di Alfano e Madaii Ghedini destinate al nostro Premier.

    Vespa inizia a distinguersi sin dal 1969, quando da in diretta la notizia certa della colpevolezza di Pietro Valpreda, accusato della strage di Piazza Fontana.

    Si confermò nella cronaca della strage di Bologna, 2 agosto 1980, sostenendo per una intera giornata la tesi che la Stazione fosse stata sventrata dall’esplosione delle cucine di un vicino ristorante.

    Grazie al suo particolare rapporto di asservimento all’attuale governo, Vespa evidentemente si sente libero di affermare ciò che meglio crede, salvo poi scoprire, invece, che non tutta la Magistratura è al momento asservita al regime, difatti nel corso della sua carriera giornalistica è stato più volte querelato o citato in giudizio e quindi condannato per quanto da lui scritto o dichiarato.

    Vediamo di seguito alcuni dei recenti procedimenti che lo hanno coinvolto:

    1. gennaio 2007; condannato in primo grado dal tribunale di Roma per diffamazione al pagamento di 82.000 euro a Roberto Zaccaria, a titolo di risarcimento danni in seguito alle affermazioni contenute nel libro Rai, la grande guerra pubblicato nel 2002. ( Vespa aveva scritto che nell’autunno del 2000, Zaccaria, allora direttore della RAI, avrebbe incontrato in casa propria, a cena, Pierluigi Celli, Stefano Balassone, Vittorio Emiliani in qualità di consiglieri RAI e Walter Veltroni, Vincenzo Vita e Giuseppe Giulietti in qualità di responsabili DS per l’informazione, con l’intento di mettere in atto una strategia sotterranea del servizio pubblico televisivo contro Silvio Berlusconi, strategia culminata poi con la puntata di Satyricon del 14 marzo del 2001, contenente un’intervista a Marco Travaglio sulle origini della ricchezza di Berlusconi. Nel libro Vespa menziona anche un testimone, un vicino di casa di Zaccaria, che avrebbe sentito il tutto. Gli avvocati di Zaccaria chiesero di sentire il vicino, avvocato Giovanni Ferreri, il quale smentì. Altrettanto fecero i presunti commensali.)
    2. novembre 2008; condannato dalla III Corte d’appello del tribunale di Roma, assieme a Valentina Finetti, al pagamento di una multa di 1.000 euro per diffamazione nei confronti di Pietro Mattei (vedovo di Alberica Filo della Torre) e dei figli Manfredi e Domitilla in seguito ad un servizio della trasmissione Porta a Porta (di cui la Finetti è cronista), andato in onda il 13 febbraio 2002 con a tema il delitto dell’Olgiata. Nel luglio 2009 la Cassazione ha confermato la condanna per diffamazione.
    3. giugno 2010;  condannato in appello per diffamazione nel processo intentato dalla professoressa Isabella De Martini dell’Università di Genova, in relazione ai fatti del G8 di Genova. Isabella De Martini, in qualità di vice-capo struttura con delega agli eventi culturali, aveva notato qualcosa di strano nella gestione degli appalti, in particolare rispetto all’attribuzione degli stessi a personaggi della cerchia di Gianni Letta (Maria Criscuolo e il consuocero di Letta, Amedeo Ottaviani) ed aveva per questo presentato un esposto alla procura di Genova (esposto poi trasferito a Roma ed archiviato). Vespa, come riconosciuto dalla Corte d’Appello, nel libro La Scossa la diffamò. Scrive Isabella De Martini: ” … si dedicò alla mia distruzione, presentandomi come una signora genovese che doveva organizzare “sfilate di moda” (sic) a Portofino, e invece ficcò il naso in problematiche che non la riguardavano, quali la logistica e l’ospitalità delle delegazioni, creando malumori e imbarazzo a Gianni Letta…“. La notizia della condanna è stata riportata anche dal Corriere Mercantile (articolo del 18 giugno 2010).
    4. luglio 2010; la Corte di Cassazione conferma la sua condanna per diffamazione dei due pm napoletani che avevano ordinato l’arresto di Vito Gamberale, poi assolto. (condanna presentata nel post iniziale da Antonio)

    :mrgreen:

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