In ricordo dell’11/9 – prima parte

flat ironIl 2001 si profilò da subito come un anno strano. In precedenza c’erano state manifestazioni organizzate da antagonisti e centri sociali e a Genova gli scontri avevano mostrato un tono più cattivo del solito. A Seattle si erano riunite frange estreme della società a protestare contro il nuovo corso mondiale. Il G8, ce lo ricordiamo tutti, fu una summa di tragedie e torbidume da cui ancora non si esce con versioni credibili. In Italia mister B. aveva appena rivinto le elezioni politiche di maggio: esito scontato, dopo che nel precedente quinquennio il centro sinistra aveva passato il tempo a litigare o cambiare i premier e, infine, di meglio non aveva trovato che candidare Francesco Rutelli. Alle elezioni presidenziali USA di qualche mese prima avrebbe in teoria vinto Al Gore, democratico e già vice di Bill Clinton ( con la reputazione stiracchiata dallo scandalo Lewinski), ma brogli e riconteggi oscuri attribuirono la vittoria a George W. Bush, figlio primogenito poco brillante di George senior, presidente dal 1988 al 1992. Nel Regno Unito ancora imperversava il bel Tony Blair, laburista innamorato della monarchia e dei poteri forti.
In agosto ci si stava appena riprendendo dalle fatiche di una stagione tormentata e foriera di inquietudini sociali; le ferie calmarono gli animi e i telegiornali vivacchiavano senza notizie ghiotte da dare in pasto ai vacanzieri. Il 26, curiosamente, tutti e sei i principali telegiornali della sera, RAI e MEDIASET, spararono nei titoli di testa la morte di una attrice e cantante americana ventiduenne, Alyiah che, con tutto il rispetto, dalle nostre parti ben pochi conoscevano.

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Il primo grattacielo (skyscraper) costruito a New York è il cosiddetto Flat Iron (Ferro da stiro), così denominato per la sua forma triangolare, eretto nel 1902. In realtà non è più quella gran cosa, paragonato ai successivi, ma conserva il suo inconfondibile e affascinante stile d’epoca. La metropoli americana è da sempre considerata porta verso il nuovo mondo e le tendenze a venire, ciò dove tutto accade e da cui nulla prescinde. I films si fanno in California, ma si ambientano volentieri nella Grande Mela (vera o ricostruita) e la Borsa locale è quella che detta le regole (almeno fino a poco tempo fa). E’ una babele di etnie, dove alcune nel tempo fanno fortuna e si spostano in migliori quartieri, lasciando il posto ai nuovi venuti: si pensi alla comunità italiana, oggi florida e ben piazzata, ben lungi dall’immagine stracciona di Little Italy e ora abbastanza distanziata dalla cattiva reputazione incollatale dalla mafia.
New York è composta di cinque “borroughs”, come dire distretti o delegazioni o come vogliamo chiamarli. Il principale è Manhattan ( da un nome dei nativi), che da lo stile a questo sito felice: un’isola lunga tredici km e larga due, circondata da due fiumi, l’Hudson (che la separa dallo stato del New Jersey) e l’East River, che con una serie di ponti è attraversabile e si apre verso gli altri quattro, Brooklyn, Staten Island, Bronx e Queens (quest’ultimo sede dei grandi aeroporti, di stadi, cimiteri e quartieroni residenziali). Il tutto è punteggiato da isolette e sorvegliato da Ellis Island con la sua Statua della Libertà.
In origine se ne impossessarono gli olandesi (commercianti di pelli), che lasciarono in dote i nomi di molti quartieri come Harlem e Jonkers; in seguito prevalsero i coloni inglesi, venuti a trovare fortuna dopo che la madrepatria li aveva respinti o non soddisfatti, a ruota arrivarono gli irlandesi (soprattutto dopo la carestia delle patate, che nell’ottocento vide l’emigrazione della famiglia Kennedy), e alla fine tutti gli altri, compresi gli ex schiavi africani liberati, dopo che pian piano i “pellerossa”, già decimati da malattie tramesse dai nuovi padroni o dall’abuso dell’alcool che quelli gli avevano fatto conoscere, venivano rintuzzati.
Qui la storia si confonde con quella nazionale; dunque, fermandoci alla nostra città, si riconobbe subito alla stessa un ruolo preminente in fatto di traffici e commerci. Fu chiaro che, volendola eleggere a specchio per le allodole e centro finanziario, si doveva urbanizzare con razionalità e massimo sfruttamento dello spazio, che molto non era. Si concentrò l’interesse sull’isola che saluta gli sbarchi, avvolta da un mare di acqua e luce, contraltare della dirimpettaia Europa, l’ ispiratrice decaduta e contribuente maggiore col sangue dei suoi migranti, almeno agli inizi.
Nel frattempo aumentava l’importanza del ruolo statunitense nello scacchiere mondiale. La dottrina Monroe di non ingerenza lentamente sfumava e l’ingresso nella prima guerra mondiale sancì la preminenza americana per molto tempo a seguire, soprattutto come frangiflutti contro la tempesta bolscevica del 1917.
L’invenzione del cinematografo fornì l’occasione per pubblicizzare le magnifiche sorti progressive del nuovo mondo, mettendo da parte un po’ brutalmente la dominanza dell’elegante cultura francese e anche gli antichi sogni avventurieri che avevano riguardato l’America latina, ora considerata buona per vecchi tangheros ispanici in declino, sfruttatori e miserabili. Si trattò di un’abile operazione culturale che vide New York quale protagonista assoluta.
Le inquadrature del fronte del porto , dei moli, dell’Empire State Building, della campata del ponte di Brooklyn e del sempre più fitto Sky Line, si sprecavano. Per ogni possibile sensazione che si riceveva a quei tempi abbordandone le strade, rimandiamo alla miglior lettura di “America primo Amore ” di Mario Soldati.
Tutto questo belvedere non era stato ottenuto con una passeggiata. L’Empire fu costruito deviando un torrente e distruggendo fattorie; per il ponte più celebre, molte furono le vittime e il costruttore morì pazzo. Ma davanti al progresso e alla nuova civiltà, nulla aveva importanza e le lacrime si asciugavano in fretta.

Nel secondo dopoguerra, gli USA si configurarono al loro meglio: liberatori dalla feroce dittatura nazista che stava strangolando l’Europa, generosi donatori di contributi agli alleati o protetti ( per l’Italia si avviò il piano Marshall), portatori ( non sempre sani) degli emendamenti costituzionali sulla libertà assoluta degli individui di agire, pensare e imprendere, occhiuti guardiani contro una possibile ingerenza sovietica. Così il progetto ideologico avanzò imperterrito, passando per le rivoluzioni hippy e le lotte antirazziste, dal Vietnam ai missili di Cuba al rock. L’Amerika sembrava dirci: io sono qui, con i miei difetti ma anche gli anticorpi per combatterli. Venite e sarete felici.

L’attività edilizia, mai ferma in realtà, a un certo punto segnava il passo. Lo Sky Line necessitava di un aggiornamento, non essendo più sufficienti i fratelloni allineati Empire e Chrisler (quello col pinnacolo finale) a stupire immigrati e turisti che sempre più spesso venivano in visita. Occorreva un nuovo impulso, di più, un nuovo simbolo.


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Commenti
Sono stati scritti 6 commenti sin'ora »
  1. avatarAndrez - 26 luglio 2011

    Le immagini appaiono dove c’è il cursore.  ;)

     

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  2. avatarcarmengueye - 26 luglio 2011

    Così credo di fare. Punto il cursore e inserisco la foto. Facciamo che non ne metto più…ma è poi così grave?

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  3. avatarAndrez - 26 luglio 2011

    Figurati.  Le foto mettile quando vuoi e dove vuoi.

    Era solo per darti un po’ d’assistenza.  :mrgreen:

    Se ti va, (solo se ti va) prova a fare questa:

    1.   apri il tuo articolo

    2.  clicca ‘ Modifica l’Articolo‘  – lo vedi a destra della barra in alto dell’articolo, dove c’è il tuo avatar

    3. prova a modificare la prima parola dell’articolo:   -  Il 2001 …

    4.  riuscito questo, puoi tentare di mettere il cursore (e che lampeggi!) prima di ‘Il 2001′

    5. lì inserisci la foto seguendo il normale procedimento.

    good luck ;)

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  4. avatarcarmengueye - 26 luglio 2011

    Riproverò, abbi un po’ di pietà per la diversamente abile    :oops:

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  5. avatarcarmengueye - 26 luglio 2011

    Ah, gli articoli, li ho modificati un sacco di volte, è proprio la storia dell’immagine che mi risulta ostica.

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  6. avatarAndrez - 27 luglio 2011

    :mrgreen:

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