Giacinto Pannella, detto Marco

Giacinto Pannella detto Marco

Da quando la nostra generazione, diciamo quella nata prima della guerra del Vietnam, segue la politica italiana – chi più chi meno – si imbatte nella figura di “Pannella”.
Classe 1930, uomo fascinoso, mezzo (orgogliosamente) abruzzese, mezzo (ma ne accenna più di rado) svizzero francese, magnetici occhioni azzurri, figura ben portante, laureato senza entusiasmo , a vent’ anni girava già il mondo ( lo si vede in un recente filmato su Youtube, mentre, durante un corteo, racconta a un ignaro giovane senegalese di aver visitato Rufisque nel 1950.

Subito dopo questa piccola confidenza, il filmato prosegue con Marco che litiga con alcuni compagni della sinistra radicale, tanto per non perdere l’abitudine).

Liberale convinto – non fa che citare Ernesto Rossi e Mario Pannunzio come suoi mentori – esce dal partito nel 1956 per fondare, insieme a fuorusciti socialisti, il Partito Radicale Italiano.

Prima corrispondente da Parigi de ” Il Giorno”, entra poi in politica per mai più uscirne. O meglio, ad essere precisi, se per fare politica si intende rivestire una carica o sedere in un parlamento, ne è uscito nel 2009, allo scadere del suo mandato da europarlamentare – e nel 2008 non era stato rieletto a quello nazionale, avendo ceduto il passo ad altri emergenti della compagine.

Fin qui, alcune tappe cronologiche. Se si passa al personaggio, l’unità di misura potrebbe essere l’ondata. Tale appare la vita del nostro: onde, in genere robuste, spesso mugghianti come in un mare in tempesta, alternate a una bonaccia foriera di nuove burrasche, con picchi di eccellenza e altri di sconcertante conformismo: si vede che sempre “contro” non si può essere, si stanca perfino uno come lui.

Si associa la sua figura alle leggendarie campagne per il divorzio, l’aborto e la “pillola” ( che certo non condussero e vinsero i soli radicali), accompagnato da un’indomita Emma Bonino, sua ancella e poi finalmente leader al suo posto, negli ultimi anni, almeno sotto il profilo della presenza istituzionale (commissario UE con Berlusconi, ministra con Prodi, vice presidente della Camera, tutto intervallato da sarabande planetarie per intervenire a dibattiti su temi storicamente radicali o supportare la lotta di qualche categoria femminile, di cui la pasionaria di Bra sembra interessarsi molto meno quand’è in Italia).

Ma torniamo a Marco. Abbiamo quindi, nell’ordine: un ansito liberale – Pannella è bravino in teoria, molto meno se si tratta di tradurre la questione in termini concreti ed economici; l’insistenza sui temi della liberazione sessual/sociale; quella per la verità ( lo afferma lui e si è messo ad honorem la targa del Sathiagraa); il quarto lato della sua attività, o meglio quello per cui pure viene sempre ricordato, è la battaglia antiproibizionista, che lo ha visto cedere erba e “tirare” una canna in piazza, con relativa denuncia a suo carico.

In un’occasione ha partecipato a una funzione amministrativa in un piccolo comune, uscendone a suon di roboanti accuse.
E poi, tante invettive, iniziative appariscenti, slogan tonitruanti: autoimbavagliato in televisione con Emma ed altri, per contestare il mancato rispetto delle regole sugli spazi concessi ai radicali ( accusa che muove tuttora anche a celebri talk show come Annozero); scioperi della fame; lotte “ghandiane” per il rispetto delle minoranze religiose, cristiane contro i buddisti, o buddiste contro i cristiani, o musulmane (Uiguri) contro tutti, fino a incartarsi in lotte di sé contro sé, in cui trascina una Bonino che finisce per superare il maestro.

A noi piace la sua immagine a fianco di Enzo Tortora, per denunciare l’infamia italiana rappresentata dalla sua vicenda, quando nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla innocenza del presentatore; ci intriga molto il suo filosofare, quando il tono di voce si addolcisce, l’atteggiamento diventa crepuscolare ed egli riesce perfino nella sfida di confortare i delusi della vita, quelli che un po’ radicali lo sono davvero e speravano in un Italia liberal e legale, invece di vederla finire viziosa e bigotta.

Un po’ meno ci piace altro, troppo di altro: le velenose e maramaldesche accuse al presidente Giovanni Leone (con cui poi dovette scusarsi), che da un garantista, come pretende di essere, mai avrebbero dovuto nemmeno essere concepite; la batteria di suoi allievi rimbambiti – ma furbi – che hanno fatto più male che bene alla causa, fuggendo appena in vista di un posto di potere, rigorosamente non a sinistra, genuflesso al clero e contrario a ciò che si chiama liberale ( ma come li sceglieva?); l’alleanza stolida con Berlusconi del 1994, da lui interrotta in quanto “deluso” dal grande statista di Arcore, che tuttora accusa di essere trasformista ( in buona sostanza, il Bandana ha fregato anche lui).

In allora si dovette assistere allo spettacolo di un Marco sanfedista che purtroppo non si dimentica, preda, come tutta l’Italia politica del tempo, di acrimoniose rivalse contro la sinistra un po’ bacchettona o ipocrita o complice ( i termini svariano poi da peste italiana, collusione, spartizione, tomba del diritto, fino al nuovo corso dei “compagni di merende” Prodi e Bertinotti). Tanta acredine, unita al passar del tempo, gli costò cara e lo portò a un attacco di cuore, da cui si è ripreso più Pierino che mai.

Negli ultimi anni ha tritato ben bene i cervelli di chi lo ha ascoltato con la lotta ai fannulloni ante Brunetta- viva Ichino! – lanciata da una emittente come Radio Radicale, tenuta in piedi – senza temere test di produtività – da contributi statali (senza pubblicità, senza veline, dentro ma fuori dal palazzo…); insiste perché venga praticamente abolita la pensione; non smette di chiedere, agli esausti cittadini che simpatizzano, di finanziare il partito (tessera annuale, poi si scaglia contro i sindacati che la chiedono mensilmente…); è andato con Prodi dopo aver fondato – e sfondato a tempo di record – “La Rosa nel pugno”; ha inveito a più riprese contro il PD, reo di non aver accettato la sua candidatura a segretario ( dopo anni di insulti, ci sarebbe mancato pure che accettassero, ma hanno dato ospitalità ai designati radicali, Pannella, questa non è peste?); ha ribattuto, a chi gli addebitava di aver allevato seguaci di poco spessore , di “non conoscere la categoria di tradimento”, dopo aver cacciato l’ultimo pupillo, Capezzone, quasi a pesci in faccia; infine sembra aver realizzato che era tempo di lasciare un poco di spazio ai più giovani e si è dato a spumeggianti interviste gossippare, parlando della sua bisessualità, di figli segreti, roba che, in tempi di trans e coca al posto di cappuccino e brioches, non ha prodotto quel grande scalpore.

La destra lo tratta sempre benino, a sinistra è appena tollerato, eppoi chiama i radicali compagni, come si permette. D’altronde, aveva trovato modo di bisticciare anche con i gay radicali del F.U.O.R.I.

Che fai Marco, ti calmi?


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