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	<title>Blog di Andrez &#187; Bsaett</title>
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	<description>Riflessioni ed osservazioni sulla società e l&#039;impegno civile</description>
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		<title>Wikipedia sciopera contro SOPA</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 16:25:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bsaett</dc:creator>
				<category><![CDATA[Categoria generica]]></category>
		<category><![CDATA[Internet & Web]]></category>
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		<description><![CDATA[SOPA, ovverosia Stop Online Privacy Act, è una proposta in discussione alla camera dei Rappresentanti americana, insieme alla proposta di legge gemella PIPA (Protect Ip). Ambedue consentono alle multinazionali del copyright di imporre ai fornitori di servizi online, non solo i provider di accesso o di hosting ma anche quelli finanziari come PayPal, la rimozione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img style="float: left;" title="Wikipedia oscurata" src="http://www.andrez.cotti.biz/wp-content/uploads/2012/01/wikipedia-dark.jpg" alt="Wikipedia oscurata" width="350" height="215" />SOPA</strong>, ovverosia Stop Online Privacy Act, è una proposta in discussione alla camera dei Rappresentanti americana, insieme alla proposta di legge gemella <strong>PIPA</strong> (Protect Ip). Ambedue consentono alle multinazionali del copyright di imporre ai fornitori di servizi online, non solo i provider di accesso o di hosting ma anche quelli finanziari come PayPal, la rimozione o il blocco di contenuti che esse stesse aziende ritengono in violazione dei loro diritti.<br />
Si tratta in effetti di una privatizzazione della tutela degli interessi economici delle multinazionali che si presta a pesanti abusi.<br />
Innanzitutto perché la decisione sulla illiceità di un contenuto viene demandata solo alle multinazionali, che sono parte nella contesa, e non ad un giudice terzo, ma anche perché le rimozioni avverranno per la maggior parte dei casi sulla base di meri accordi tra l’industria del copyright e i provider online, quindi sulla testa degli internauti che, però, ne subiranno le conseguenze.<br />
È chiaro che una tale legge, che consente la rimozione di contenuti solo presunti illeciti, potrà permettere alle multinazionali, con la scusa del copyright, di rimuovere tutto ciò che è a loro inviso, compreso contenuti di eventuali aziende rivali che cercano di farsi strada nel mercato. E questo inciderà pesantemente sull’innovazione e sulla concorrenza. Per non parlare di contenuti sgraditi quali opinioni contrarie e critiche a prodotti.</p>
<p>Insomma, ci sono numerosi motivi per ritenere queste due leggi gemelle l’anticamera della censura in rete, e per questo motivo le maggiori aziende che operano in rete, Google,Yahoo, Amazon, EBay, Paypal, Facebook, Twitter, Reddit, ed altre, si sono riunite in un’<a title="netCoalition.com" href="http://www.netcoalition.com/" target="_blank">associazione</a> per informare l’opinione pubblica americana sul pericolo di queste proposte normative e indirizzare azioni dimostrative contro tali leggi.</p>
<p>Ma è stata Wikipedia a fare la prima mossa, ed avviare, insieme ad altre aziende e molti blog, l’<a title="SOPAStrike" href="http://sopastrike.com/" target="_blank">iniziativa SOPAStrike</a>. Ecco perché oggi, <strong>18 gennaio 2012</strong>, <a title="Wikipedia inglese" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Main_Page" target="_blank">Wikipedia nella sua versione inglese si oscura</a>, proprio per portare a conoscenza degli internauti queste leggi repressive.<br />
Vuol dire forse che Wikipedia è a favore della pirateria? No di certo, ma Jimbo Wales ci tiene a precisare che anche Wikipedia potrà essere soggetta alle “attenzioni” delle aziende del copyright per ogni singolo link che l’enciclopedia dovesse inserire nei suoi articoli. SOPA e PIPA, infatti, consentono alle aziende di imporre il monitoraggio dei siti al fine di verificare se qualcuno dei contenuti viola i diritti d’autore, anche soltanto sotto forma di favoreggiamento, quindi un semplice link come quelli che noi tutti ogni giorno inseriamo su uno qualsiasi dei social network. Domani ognuno di quei siti potrebbe essere costratto a chiudere se non bloccherà ciò che l’industria del copyright chiederà di bloccare, e senza alcun intervento di un magistrato.</p>
<p>È curioso che proprio gli Usa, che si sono fatti paladini della libertà di espressione negli altri paesi,  criticando aspramente Cina ed Iran, adesso portino avanti una proposta di legge che potrebbe influire pesantemente sull’internet che noi conosciamo, di sicuro molto di più di una censura in Cina, visto che la maggior parte dei fornitori di servizi online sono proprio quelli americani.<br />
Ed infatti, oltre alle tante critiche che sono sorte sia al di là dell’oceano che qui in Europa, negli ultimi giorni si sono alzate voci critiche, ma anche derisorie, da parte degli internauti asiatici.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/jJZaajaGI9U&#038;fs=1" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><embed src="http://www.youtube.com/v/jJZaajaGI9U&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>In ogni caso SOPA e PIPA non sono delle mosche bianche, delle iniziative straordinarie, quanto piuttosto l’ultimo tassello, per ora, di un percorso nato anni fa, che man mano cerca di traghettare i vari Stati verso una nuova era di delegificazione e privatizzazione della tutela dei diritti della multinazionali. In tal senso possiamo leggere ACTA, che a fine gennaio sarà votata al Parlamento europeo, come un trattato che consentirà alle multinazionali di legiferare al posto degli organi democraticamente eletti, e SOPA e PIPA non sono altro che i modelli per iniziative simili proposte in tutti gli Stati, come la legge Sinde approvata già in Spagna, e l’italica <a title="AgCom: la censura corre su internet" href="http://www.andrez.cotti.biz/agcom-la-censura-corre-su-internet-6977.html" target="_blank">delibera Agcom</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Marchionne “car star”</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 12:48:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bsaett</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro & sindacati]]></category>
		<category><![CDATA[FIAT]]></category>
		<category><![CDATA[Marchionne]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalle stelle alle stalle? Forse, o forse no. In ogni caso l’uomo della Fiat, osannato e criticato, che solo qualche settimana fa veniva indicato come “car star” dal prestigioso settimanale Time, non vive momenti troppo felici in quel di Detroit. Le critiche sono semplici: non avrebbe pianificato adeguatamente il lancio negli Usa della Fiat 500, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="float: left;" title="Marchionne su Time" src="http://www.andrez.cotti.biz/wp-content/uploads/2011/12/marchionne.jpg" alt="Marchionne su Time" width="200" height="270" />Dalle stelle alle stalle? Forse, o forse no. In ogni caso l’uomo della Fiat, osannato e criticato, che solo qualche settimana fa veniva indicato come “<em>car star</em>” dal prestigioso settimanale Time, non vive momenti troppo felici in quel di Detroit.</p>
<p>Le critiche sono semplici: non avrebbe pianificato adeguatamente il lancio negli Usa della <strong>Fiat 500</strong>, e non avrebbe operato una strategia di marketing, ma soprattutto ha voluto imporre un modello non adatto agli americani. Risultato? Vendite molto al di sotto della aspettative, ma soprattutto cocente delusione per il giudizio della National Highway Traffic Safety Administration (l’ente che valuta la sicurezza dei veicoli), il quale ha dato 4 stelle (su 5) alla 500 per gli incidenti frontali e il capottamento, ma solo 2 negli incidenti laterali. Inoltre, solo 3 stelle nel caso in cui il passeggero sia una donna.<br />
Nel complesso 3 striminzite stelle, un giudizio piuttosto inclemente per un mercato abituato a standard ben più alti, e che ha inciso non poco sulla vendita delle vetture.<br />
In sintesi, un’auto piccola che costa troppo ed è anche poco sicura.</p>
<p>Secondo <a title="Fiat 500, terribile flop. Marchionne in bilico" href="http://www.wallstreetitalia.com/article/1294640/fiat-500-terribile-flop-marchionne-in-bilico.aspx" target="_blank">Wall Street Italia</a>, Marchionne più che un mago della auto, adesso sembra sempre più un giocatore di poker. Con la speranza che nessuno vada a “vedere” il bluff!</p>
<p><img class="aligncenter" title="Fiat 500 valutazione" src="http://www.andrez.cotti.biz/wp-content/uploads/2011/12/fiat500.jpg" alt="Fiat 500 valutazione" width="500" height="137" /></p>
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		<title>Se le agenzie di rating vengono declassate…</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 10:52:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bsaett</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[downgrade]]></category>
		<category><![CDATA[eurozona]]></category>
		<category><![CDATA[rating]]></category>

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		<description><![CDATA[Rating è uno dei termini più usati (abusati?) negli ultimi mesi, insieme a crisi, spread e default. Il rating è un giudizio sulle capacità di un emittente (una azienda, un ente od anche uno Stato) di rimborsare integralmente e puntualmente i debiti contratti, cioè misura il  rischio di inadempimento nel corso della vita del titolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="float: left;" title="Rating dell'eurozona" src="http://www.andrez.cotti.biz/wp-content/uploads/2011/12/photo_1323235415684-1-0_0.jpg" alt="Rating dell'eurozona" width="512" height="489" />Rating è uno dei termini più usati (abusati?) negli ultimi mesi, insieme a crisi, spread e default. Il rating è un giudizio sulle capacità di un emittente (una azienda, un ente od anche uno Stato) di rimborsare integralmente e puntualmente i debiti contratti, cioè misura il  rischio di inadempimento nel corso della vita del titolo emesso.<br />
Le principali agenzie di rating sono <strong>Standard &amp; Poor&#8217;s</strong> e  <strong>Moody&#8217;s</strong>, alle quali bisogna aggiungere <strong>Fitch Ratings</strong>. Tutte statunitensi, anche se Fitch ha capitale francese.<br />
Ovviamente ci sono anche altre agenzie di rating, come la Dagong cinese, ma i giudizi che leggiamo quotidianamente sui giornali sono in genere quelli delle agenzie americane.</p>
<p>Le agenzie di rating distinguono due tipi di titoli a seconda del rischio di investimento: gli <em>investment grade</em>, che hanno un rischio basso, e quindi elevata sicurezza di puntuale pagamento, e i titoli speculatici che hanno un rischio di credito più elevato (statisticamente le possibilità di inadempimento sono del 30% sui titoli classificati B, secondo Moody’s). Per differenziare i titoli viene utilizzata una scala con i vari gradi evidenziati da lettere.</p>
<p>Negli ultimi anni l’importanza delle agenzie di rating è aumentata esponenzialmente, per un crescente ricorso a capitali internazionali da parte dei governi centrali. A ciò si aggiunge la continua decentralizzazione del potere verso enti locali, ai quali vengono affidate maggiori responsabilità e quindi la possibilità di emettere titoli di debito per finanziarsi direttamente. La moltiplicazione degli enti che emettono titoli di debito determina l’impossibilità da parte dei soggetti che hanno esigenza di ricorrere al credito, di valutare autonomamente l’affidabilità degli emittenti. Ecco, quindi, che le agenzie di rating intervengono da un lato sollevando i soggetti che cercano finanziamenti dalla necessità e dal costo di effettuare valutazioni sui titoli, dall’altro forniscono ai governi centrali e ad enti locali un rating per poter accedere ai mercati internazionali. Insomma, semplificando le agenzie di rating danno un voto sull’affidabilità dei soggetti che emettono titoli in modo da favorire l’incontro con i soggetti che vogliono investire.<br />
Ovviamente nell’assegnare un rating l’agenzia deve tenere conto di innumerevoli aspetti, principalmente finanziari, ma anche politici. Infatti, le agenzie misurano anche la struttura di governo e le sue istituzioni, nonché il quadro politico, per valutare la capacità dell’esecutivo di formulare ed attuare un programma economico e fiscale. Ovviamente gli equilibri politici possono pregiudicare seriamente la capacità di un governo di attuare misure economiche o riforme necessarie se ritenute impopolari a livello sociale.</p>
<p>L’attività delle agenzie di rating, quindi, si svolge sulle emissioni di titoli delle aziende, e quelle degli Stati ed enti locali. Generalmente sono gli stessi emittenti che pagano i costi della valutazione, anche se talvolta la richiesta viene da una agenzia di stampa od altri soggetti (es. banche per titoli altrui da collocare).<br />
Questo elemento è ritenuto da sempre la spada di Damocle delle agenzie di rating, perché innesca un evidente conflitto di interesse. Le agenzie replicano sostenendo che le due attività (la consulenza e il merito di credito) sono fortemente diversificate all’interno della stessa azienda.<br />
Oltretutto per quanto riguarda le aziende, spesso i contratti prevedono la possibilità di non pubblicare (o di ritardarne la pubblicazione) il report, così valutazioni negative vengono negate al grande pubblico ma possono essere veicolate a soggetti specifici in modo da generare situazioni di possibili insider trading. Il declassamento di un titolo, infatti, raramente non è seguito da una vendita in Borsa del medesimo titolo, così l’averne notizie prima degli altri consente speculazioni.<br />
Le agenzie di rating, infatti, sono state in passato fortemente criticate per alcune valutazioni ritenute piuttosto superficiali, come ad esempio i titoli di <strong>Lehman Brothers</strong> valutati con la tripla A appena una settimana prima del fallimento della banca americana, oppure casi analoghi per i titoli <strong>Parmalat</strong> in Italia, per i quali Standard &amp; Poor’s attribuì l’investment grade (BBB) fino a poco prima del fallimento.</p>
<p>Da queste brevi considerazioni è già possibile comprendere quali pericoli siano insiti nel dare eccessivo potere alle agenzie di rating, e le preoccupazioni non possono che aumentare scoprendo che gli investimenti degli Stati e degli enti pubblici sono strettamente legati alle valutazioni delle agenzie. Infatti, ai titoli emessi viene applicata una ponderazioni di rischio in modo che Stati ed enti pubblici debbano mantenere nei loro portafogli solo titoli a basso rischio, rifacendosi generalmente (ma non obbligatoriamente) alla scala di Standard &amp; Poor’s. Molti investitori sono obbligati a detenere in portafoglio solo titoli con determinate valutazioni, ad esempio i fondi pensione Usa possono avere solo titoli con tripla A.<br />
Tutto ciò rileva sotto due aspetti: da un lato Stati ed enti pubblici sono sollevati dall’effettuare valutazioni in proprio della rischiosità di titoli, e del resto sarebbe anche impossibile pretendere valutazioni di titoli internazionali da enti locali come piccoli Comuni; dall’altro, si scarica la responsabilità dell’acquisto di titoli poi rivelatisi “spazzatura” sulle agenzie di rating.</p>
<p>Ad agosto del 2011 ha fatto scalpore la <strong>decisione di Standard &amp; Poor’s di tagliare la valutazione degli Stati Uniti</strong>: per la prima volta nella storia perdono la tripla A. Di seguito alle proteste della Casa Bianca, il presidente dell’agenzia Deven Sharma ha lasciato il suo posto.<br />
A metà novembre, dopo qualche seduta di forte pressione sui titoli di Stato francesi, Standard &amp; Poor’s invia una mail ai propri abbonati annunciando l’imminente <strong>downgrade del debito sovrano francese</strong>, anche la Francia fuori dalla tripla A. Dopo qualche minuto arriva la smentita: si tratta di un semplice errore tecnico.<br />
In questo caso le vibrate proteste della Francia ottengono la discussione alla plenaria del Parlamento europeo di una riforma delle agenzie di rating.<br />
Negli ultimi giorni <strong>le agenzie di rating annunciano di aver messo sotto osservazione 15 paesi dell’Unione europea</strong>, con outlook negativo (cioè l’ipotesi è di un possibile downgrade), e finanche lo stesso fondo “salva stati” (EFSF).<br />
Forse stavolta il passo è stato più lungo della gamba, e quasi simultaneamente partono due iniziative. <a title="Responsabilizzare le agenzie di rating - 17/11/2011" href="http://ec.europa.eu/news/economy/111117_1_it.htm" target="_blank">In Europa si sta preparando una normativa che rafforza la vigilanza sulle agenzie di rating</a> nell&#8217;ambito dell&#8217;attuale riforma dei mercati finanziarirmativa che dovrebbe partire dal 2012. In breve, vi sarà una più stretta vigilanza per evitare situazioni di conflitti di interesse, le istituzioni finanziarie non si baseranno più ciecamente sul rating per scegliere i propri investimenti ma dovranno svolgere proprie valutazioni, e le agenzie dovranno fornire più informazioni. Inoltre, gli investitori potranno fare causa alle agenzie in caso di violazione intenzionale o per negligenza delle norme europee.</p>
<p>Negli Stati Uniti la <a title="Banks' Ratings Reliance Nears End" href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203413304577084283683109426.html" target="_blank">Federal Deposit Insurance Corp</a>, l’ente pubblico che assicura i depositi e conti correnti, <a title="Regulators propose credit rating alternatives" href="http://www.reuters.com/article/2011/12/07/us-financial-regulation-fdic-idUSTRE7B61IG20111207" target="_blank">ha stabilito che gli investitori non sono più obbligati a detenere in portafoglio solo titoli con determinate valutazioni</a>. Prima l’uso del rating era obbligatorio, per cui, ad esempio, i fondi pensione potevano detenere solo titoli con tripla A. Adesso almeno le grandi banche dovranno basarsi su valutazioni indipendenti dalle agenzie di rating, con metodi più rigorosi e sicuri.</p>
<p>In poche parole, le agenzie di rating sono state declassate!</p>
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		<title>Dal Britannia all’uomo Goldman: 20 anni di complottismo</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 18:23:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bsaett</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[complotto]]></category>
		<category><![CDATA[goldman sachs]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo yacht imperiale Britannia attracca al porto di Civitavecchia, solo per poche ore, giusto il tempo di imbarcare alcuni illustri ospiti membri di spicco della finanza italiana. Dinanzi alla regina Elisabetta, al principe consorte Filippo, e ai più potenti finanzieri della City di Londra, sfilano i dirigenti della principali aziende italiane, oltre a Giulio Tremonti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="float: left;" title="Britannia" src="http://www.andrez.cotti.biz/wp-content/uploads/2011/11/britannia.jpg" alt="Britannia" width="250" height="180" />Lo yacht imperiale <strong>Britannia</strong> attracca al porto di Civitavecchia, solo per poche ore, giusto il tempo di imbarcare alcuni illustri ospiti membri di spicco della finanza italiana. Dinanzi alla regina Elisabetta, al principe consorte Filippo, e ai più potenti finanzieri della City di Londra, sfilano i dirigenti della principali aziende italiane, oltre a Giulio Tremonti e al direttore generale del Ministero del Tesoro, Mario Draghi.<br />
È il 2 giugno 1992 e sono trascorsi appena cento giorni dall’arresto di Mario Chiesa che darà l’avvio a Tangentopoli.</p>
<p>L’incontro sul Britannia è, nell’immaginario collettivo, il momento d’inizio del Grande Complotto che si dipana fino ai giorni nostri portando ad instaurare un regime finanziario nel cuore dell’Europa, una trama che prima porta al fallimento o quasi di Grecia, Italia ed altri membri UE, e poi pone a capo di questi paesi uomini che hanno fatto parte della banca <strong>Goldman Sachs</strong>, ritenuta il braccio armato del Grande Complotto.</p>
<p>Secondo i complottisti, tutto sarebbe stato preordinato in quella riunione, compreso la stessa crisi italiana per costringerci ad entrare nell’euro, ed anche l’inchiesta <strong>Tangentopoli</strong> per decapitare un’intera classe politica che non era accondiscendente alle pretese della finanza globale.<br />
Nicholas Murray Butler, presidente dell’Università di Columbia e della Pilgrims Society, nonché membro del Council on Foreign Relations (CFR), disse: “<em>Il mondo si divide in tre categorie di persone: un piccolissimo numero che fanno produrre gli avvenimenti; un gruppo un po’ più importante che veglia alla loro esecuzione e assiste al loro compimento, e infine una vasta maggioranza che giammai saprà ciò che in realtà è accaduto</em>”.<br />
Franklin Delano Roosvelt, presidente americano e massone del 33° del Rito Scozzese, nonché appartenente alla Pilgrim Society e al CFR, aggiunse: “<em>In politica nulla accade a caso. Ogni qualvolta sopravviene un avvenimento si può star certi che esso era stato previsto per svolgersi in quel modo</em>”.</p>
<p>Michel Albert, un grand commis della politica sovrannazionale, nel 1989 scrisse un saggio immediatamente tradotto in Italia col titolo “<em>Crisi, Disastro, Miracolo</em>”, descrivendo (profetizzando?) la disgregazione degli Stati nazionali ad opera del Mercato Unico europeo, grazie alla libera circolazione dei capitali in grado di sfuggire alle norme giuridiche che trovano i loro limiti nei confini nazionali, che alla lunga porterà allo smantellamento delle Nazioni per confluire in un mercato monetario e finanziario unico. Un programma del 1957 che nasce dalle analisi della Trilateral, con lo scopo di instaurare un governo mondiale di banchieri ai quali i singoli Stati dovranno cedere la sovranità nazionale. Il nemico? L’autodeterminazione nazionale!</p>
<p>Il complotto è, ammettiamolo, davvero molto coinvolgente, come un romanzo che ci prende per mano e ci conduce nei meandri della fantasia più sfrenata, dove tutto è possibile, e dove si riesce a credere anche all’esistenza di Matrix. Allora, non ci rimane altro che scegliere quale pillola prendere: “<em>la verità è che sei uno schiavo, nato in catene e che vive in una prigione, una prigione per la tua mente. Pillola azzurra: fine della storia, domani ti sveglierai in camera tua e crederai a ciò che vorrai. Pillola rossa: rimani nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del bianconiglio</em>”.<br />
L’essere umano, purtroppo, non può fare a meno del complottismo, essendo un’esigenza innata razionalizzare tutto e tentare di afferrare le complesse dinamiche che muovono le società moderne, così come un tempo gli uomini primitivi credevano alle trame degli déi perché non capivano i fenomeni atmosferici.<br />
A fronte di un incremento esponenziale della complessità delle società moderne, non si è avuto un sviluppo proporzionale delle capacità di comprensione dei cittadini, complice anche una perversa politica scolastica che tende a disastrare le scuole pubbliche, trasformandole in corsi di formazione per l’industria, per cui non occorre conoscere l’effettivo funzionamento della società.<br />
Il complotto è rassicurante, perché dice alla gente che tutto si svolge e tutto è deciso in altri luoghi e in altri tempi (un complotto che si rispetti nasce sempre nel passato), dove loro semplicemente non hanno accesso, per cui non rimane altro che preoccuparsi del loro particolare quotidiano, senza nemmeno pensare di intervenire a livelli più alti: la politica e la finanza non sono per la gente comune.</p>
<p>La realtà è, invece, nel contempo più semplice e più complessa. Ed in genere converrebbe partire da dati di fatto un po’ più concreti che rincorrere pseudo informazioni spesso di scarsa rilevanza.<br />
Ad esempio, se sul Britannia c’era anche Tremonti, nonché tutti i banchieri più importanti dell’epoca, allora dobbiamo ritenere che anche il governo Berlusconi abbia fatto parte del complotto in questione, proprio come si ritiene che farà il neogoverno Monti. L’ex ministro del Tesoro italiano, all’epoca sostenne che nelle parole di Draghi sul Britannia non c’era intenzione di svendere alcunché, ma fu il prezzo da pagare per entrare tra i primi nel club dell’euro. Fu Craxi, invece, a parlare di potenti interessi economici che si muovevano contro l’Italia.</p>
<p><strong>Mario Draghi</strong>, inoltre, è entrato in carica in Goldman Sachs nel 2002, ed ha sostenuto di non aver avuto alcun ruolo con i conti greci, presumibilmente truccati per consentire alla Grecia di entrare nell’euro. All’epoca probabilmente lo sapevano tutti, visto il fortissimo interesse politico della UE di aggiungere quanti più Stati per arrivare fino al cortile di casa della Russia, interesse mutuato dalle idee della Trilateral, questo bisogna ammetterlo, la quale confessava l’impossibilità degli Usa di poter contrastare la Russia fin sotto causa sua, e quindi spingeva per costruire una federazione europea che svolgesse questo ingrato compito. Progetto ampiamente fallito, un passo più lungo della gamba.<br />
Tra l’altro giova ricordare che lo stesso Draghi, qualche tempo dopo, raccontò della vicenda del Britannia non senza un certo imbarazzo per l’umiliante convocazione sul panfilo inglese. Parrebbe che egli abbia chiesto ed ottenuto di tenere il suo discorso quando lo yacht era ancora attraccato sulla banchina, per poi scendere ed evitare di trovarsi intrappolato su suolo britannico (il panfilo) in acque internazionali. Non proprio un adepto convinto!</p>
<p>Per quanto riguarda <strong>Monti</strong>, invece, non è mai stato partner, né ha mai avuto un ufficio in Goldman, era semplicemente un consulente (advisor) per le tematiche in materia di antitrust. Infatti, Monti è stato il commissario europeo che si è posto in contrapposizione con la potentissima multinazionale Microsoft, riuscendo addirittura a spuntarla imponendogli una maximulta. Di sicuro non un punto a favore nel curriculum di uno che si suppone manovrato da un complotto di stampo anglosassone!<br />
La verità è che Goldman Sachs tende a offrire consulenze ad uomini di spiccata competenza e levatura internazionale, come all’epoca con Prodi quando la banca d’affari non conosceva affatto il mercato italiano e si affidò all’ex premier per il suo ingresso nel Belpaese. Lo stesso è accaduto con Gianni Letta, presente da anni al fianco di Berlusconi. Quindi ritorniamo al dubbio di sopra: anche i governi di Berlusconi erano parte del Grande Complotto? Oppure Monti si, Draghi si e Letta no?</p>
<p>L’assurdo complotto plutogiudaicomassonico che avrebbe portato la Goldman Sachs a controllare mezza Europa, si smentisce da solo nel momento in cui si pensa che da decenni si cerca l&#8217;integrazione di semplici leggi nell’ambito della sola Unione Europea e non si riesce a tradurla in realtà per i veti contrapposti dei paesi membri, e si smentisce ulteriormente verificando che l’Europa si sta letteralmente sfaldando sotto il peso delle spinte particolaristiche, e che ormai facilmente può essere paragonata ad una nave che affonda dove ognuno grida “<em>si salvi chi può</em>!”. Altro che complotto che mirerebbe a traghettarci verso il Nuovo Ordine Mondiale.</p>
<p>Vogliamo invece fare qualche esempio di analisi di dati? Cominciamo.<br />
Quando è stato annunciato il default controllato della Grecia, con perdita del 50% del valore dei titoli di Stato, questo fatto ha inciso profondamente sulla situazione italiana.<br />
Partiamo dalla premessa che i titoli di Stato italiani, come quelli greci, sono ad alto rischio, quindi anche ad alto rendimento, perché per incentivare i compratori si deve offrire un premio maggiore (è lo stesso principio della borsa, a rischio maggiore, rendimento maggiore). È questo il motivo per il quale l&#8217;investitore saggio, in genere gli Hedge Fund che devono rendere conto ai propri facoltosi clienti, sa che deve coprire (assicurare), il rischio che quei titoli di Stato non vengano più ripagati. Questo avviene tramite i cosiddetti <strong>CDS</strong> (cioè credit default swap), che non fanno altro che trasferire (swap) il rischio di mancato pagamento (credit default) da un soggetto (l’acquirente) all&#8217;altro (la banca emittente).<br />
Quindi, quando venne detto che la Grecia avrebbe tagliato del 50% il valore dei propri titoli, a seguito del default controllato, l’ISDA, cioè l&#8217;ente che decide se scatta la copertura dei CDS (se vengono pagati), <a title="ISDA - Greek Sovereign Debt Q&amp;A " href="http://www2.isda.org/attachment/MzY4Mw==/Update%20on%20Greek%20Q%20and%20A%2027%2010%2011.pdf" target="_blank">scrisse</a>: &#8220;<em>Based on what we know it appears from preliminary news reports that the bond restructuring is voluntary and not binding on all bondholders</em>”.<br />
Questo vuol dire che, essendo il taglio del 50% volontario, i CDS non sarebbero stati pagati.<br />
È ovvio che in una situazione del genere chi ha comprato i titoli di Stato greci non se la sente più di acquistarne altri, così come non se la sente di acquistare titoli di Stato italiani, temendo una situazione simile. Perché si assumerebbe il rischio, e lo farebbe assumere ai suoi clienti, di una perdita del 50% almeno.<br />
Ecco il motivo per il quale la famosa asta dove i BTP italiani schizzarono oltre il 6%, probabilmente non è altro che la conseguenza di quella scelta sui titoli greci e della decisione dell&#8217;ISDA, a seguito della quale gli Hedge Fund quasi sicuramente disertarono la seduta. Ma del resto lo sappiamo bene che i titoli di Stato italiani ultimamente li compra solo la BCE. Dove sta la novità?<br />
Andiamo oltre. L’ISDA è composta da numerose banche, tra le quali la Goldman Sachs e la Merrill Lynch, per cui potrebbe anche venire il dubbio di un conflitto di interessi tra chi emette i titoli e chi decide se poi saranno pagati. Ma questo è sufficiente per poter parlare di complotto delle grandi banche?</p>
<p>Aggiungiamo altri fatti. Qualche decina di giorni fa, dopo qualche seduta di forte pressione sui titoli di Stato francesi, Standard &amp; Poor&#8217;s invia una mail ai propri abbonati con la quale annuncia l’imminente downgrade del debito sovrano francese, insomma anche la Francia fuori dalla tripla A. Dopo qualche minuto arriva la smentita: si tratta di un semplice errore tecnico.<br />
Ovviamente ci si deve chiedere se è possibile uno scenario in base al quale una agenzia di rating internazionale, che ha il potere di decidere l&#8217;affidabilità di un intero paese, possa commettere un errore così grossolano e nel contempo catastrofico, visto lo scompiglio sui mercati. Un errore del genere dovrebbe essere seguito dall’immediato licenziamento di numerosi dipendenti.<br />
È possibile, però, una seconda lettura della vicenda, e cioè che le agenzie di rating (tra l’altro le principali, con sommo gaudio dei complottisti, sono tutte anglosassoni) hanno una sorta di guinzaglio corto, nel senso che possono toccare alcuni paesi come la Grecia e l&#8217;Italia, ma nel momento in cui toccano i pezzi grossi, Francia e Germania, succede qualcosa.<br />
E cosa succede esattamente? Succede che la Francia protesta vibratamente e porta alla UE una riforma delle agenzie di rating che dovrebbe imbrigliare i poteri delle stesse. In questi giorni questa riforma sarà discussa alla plenaria del Parlamento europeo, ma (!) il commissario francese porterà all&#8217;approvazione un progetto molto meno ambizioso rispetto all&#8217;iniziale intenzione.<br />
Ecco il complotto direte voi! Ma in realtà, conoscendo gli avvenimenti preesistenti la spiegazione è molto più ovvia, sapendo che da anni l’Europa non è riuscita a creare una sua agenzia di rating per i noti dissidi interni, per cui sul mercato vi sono quelle anglosassoni, quelle asiatiche, e basta.</p>
<p>Allora, possiamo iscrivere questi avvenimenti nella tela del Grande Complotto, oppure più banalmente possiamo inserirli in un insieme di lotte di potere e di particolarismi all&#8217;interno di un&#8217;Europa (ma non solo) sempre più frammentata, nella quale sempre più prepotentemente cerca di inserirsi il gigante americano, a mezzo dell’<strong>FMI</strong>, il quale cerca a sua volta di plasmare il futuro del poco efficiente <strong>EFSF</strong> (fondo salva Stati), trasformandolo in un <strong>ESM</strong> (European Stability Mechanism) a sua immagine e somiglianza.<br />
Alla luce di queste circostanze è più semplice e realistico pensare che siamo di fronte ad una pletora di particolarismi che si combattono e si confrontano l&#8217;uno con l&#8217;altro cercando di prevalere, e che talvolta per mera convenienza e per interessi agiscono di comune accordo. Oggi, di fronte ad una crisi che minaccia di abbassare il livello di vita di tutti, è plausibile che le varie Nazioni si scornino tra loro cercando di trarre vantaggi competitivi. Sono dinamiche che proprio noi italiani ben conosciamo, visto che alcune forze politiche di primo piano ogni giorno minacciano secessioni, erroneamente convinti che nelle separazioni si trovi la soluzione dei problemi globali, ed è la stessa cosa che accade adesso all’Europa. Insomma, di fronte ad un piatto che basta solo per pochi, siamo gli uni contro gli altri armati!</p>
<p>Ed è all&#8217;interno di questa lotta continua che bisogna inserirsi con lucidità, con avanzata comprensione dei problemi e delle dinamiche che reggono la politica e la finanza internazionale, e scegliere i propri rappresentanti politici, non sulla base dei particolarismi individuali, quanto bensì della competenza. Trincerarsi dietro il complotto internazionale serve soltanto a semplificare le questioni, e credere agli omini verdi svia l&#8217;attenzione dai reali problemi del paese. La realtà è che l&#8217;Italia è da almeno una decina d’anni che non ha più alcun peso a livello internazionale, per cui gli altri paesi, Francia in primis, cercano di fare i propri particolari interessi (cosa comprensibile tra l&#8217;altro) anche a nostre spese.<br />
Non è storia di oggi, basti ricordare che ad agosto si è consumata una lotta all&#8217;interno della BCE, che si è chiusa con le dimissioni del commissario tedesco, perché voleva che Grecia ed Italia fossero lasciate al loro destino. Adesso la <strong>BCE</strong> è retta da un italiano, il cui primo atto è stato di abbassare i tassi di interesse, contravvenendo alla politica antinflazionistica decennale della Banca centrale europea. In un momento storico di forte crisi, un atto del genere vuol dire smettere di preoccuparsi dell&#8217;inflazione (preoccupazione principalmente tedesca), ma iniziare a preoccuparsi dello sviluppo e della crescita dell&#8217;Europa. Ecco che le lotte intestine le vediamo fin dentro le occulte stanze della principale banca europea.</p>
<p>La verità è che non c&#8217;è nessun grande complotto, specialmente massonico visto che anche la massoneria da secoli si è spezzata in più filoni, e il Grande Fratello va in onda su Canale 5, e non è nemmeno così intelligente!<br />
Ma solo smettendola di raccontarci favole possiamo capire che la realtà è molto più semplice, noi italiani abbiamo bisogno di recuperare quel terreno che gli ultimi governi ci hanno immancabilmente fatto perdere, principalmente dobbiamo recuperare stabilità dei conti, dobbiamo alimentare una crescita economica che manca da troppo tempo, dobbiamo recuperare credibilità internazionale, e solo in questo modo potremo tornare ad essere un paese che conta qualcosa in una Europa sempre meno unita.<br />
Ed ecco perché adesso noi abbiamo bisogno non di un governo debole che non sia in grado di fare altro che applicare qualche pannicello caldo sui conti per poi lasciarci tra qualche mese in condizioni peggiori, ma di un governo che sia davvero di unità nazionale, che possa porre in campo quelle riforme essenziali per riavviare finalmente, dopo oltre 15 anni, la crescita dell&#8217;economia e nel contempo ristabilisca quelle regole minime perché la competizione politica possa essere veramente democratica.</p>
<p>Ad oggi la BCE ha comprato circa 194 miliardi di titoli di Stato italiani, mentre gli altri paesi e le banche degli altri paesi se ne stanno liberando a man bassa, perché non si fidano più di noi. Da qui ad aprile 2012 andranno a scadenza altri 300 miliardi. La BCE non ha sufficienti fondi per comprarli. Questa è la cruda verità.<br />
Quindi, non è che la BCE, l’Europa, stanno venendo qui ad occuparci militarmente, siamo noi italiani, con i nostri disastrati conti, con i nostri dissidi interni, incapaci di eleggere una classe politica degna di questo nome da anni, che andiamo lì a chiedere il loro aiuto.<br />
L’UE sono anni che ci dice che dobbiamo rimettere i conti a posto, che tuona contro la nostra finanza allegra e i funambolismi economici, e i nostri governi se ne sono bellamente fregati, tirando a campare ed attenti solo a non scontentare l’elettorato di riferimento, e a noi italiani ha fatto comodo poter vivere al di sopra delle nostre possibilità, spendendo ogni anno più di quanto producessimo (certo, una parte del paese sta meglio e il grosso sta peggio, ma l’equità sociale è ben altro discorso).<br />
Alla fine i nodi vengono al pettine e l’Europa con la famosa lettera ci ha detto: visto che non fate nulla, adesso vi diciamo noi cosa fare. Ma ciò che chiede l’Europa è di rimettere i conti in ordine, in modo che i nostri disastrati conti non danneggino gli altri Stati membri della UE a cascata. Se ciò accade è tanto strano che le altre nazioni pensino agli affari loro e ci impongano delle misure economiche? Sta a noi prenderne atto e decidere: se i conti li rimettiamo a posto da noi, tanto di guadagnato, altrimenti ce lo imporranno loro, e allora saranno loro a decidere in che modo farlo.</p>
<p>Immaginate un condominio dove tutti cercano, con mille difficoltà, di tenere a posto la propria casa, tranne un solo condomino che si disinteressa di tutto: non partecipa alle riunioni dell’assemblea, non paga le bollette condominiali, e lascia che casa sua vada in rovina, con tubi che perdono e pareti che si sfasciano. Dopo 10, 100, 1000 proteste, il resto dei condomini gli fanno causa e tentano di scacciarlo prima che crolli l’intero palazzo. E il condomino che fa? Accusa il complotto intercondominiale. Le prove? Un verbale di assemblea di decenni prima dove alcuni condomini si erano riuniti “segretamente” nel sottoscala al fine di acquistare alcuni appartamenti e venderli a privati esterni!</p>
<p>Dire che oggi un governo tecnico di Monti è una rinuncia alla sovranità nazionale è un evidente errore, ma già parlare di governo tecnico è sbagliato, perché nessuno governo può mai dirsi “tecnico”. Piuttosto tale definizione è l’unica possibilità ormai di far digerire agli italiani, schifati da questa politica, un governo.<br />
Il governo Monti, invece, è la tragica presa d’atto che la politica ha fallito, e non è stata in grado di fare quello che doveva negli ultimi 15 anni. E quando si dice che Monti viene (sic, come fosse uno straniero!) in Italia per fare quello che hanno deciso Trichet e Draghi, purtroppo, e sottolineo purtroppo, è vero almeno in parte, ma non c’è nessuno complotto, è così solo perché i nostri governi, quei governi che NOI abbiamo scelto o che NOI non siamo stati in grado di mandare a casa perché incapaci, non sono stati in grado di fare nulla se non arricchirsi personalmente!</p>
<p>Allora, pillola azzurra: fine della storia, domani ti sveglierai in camera tua e potrai credere a quello che vorrai, credere che gli imprenditori vanno in politica per il bene del paese, senza pensare alle proprie aziende, perché sono ricchi di proprio e non hanno bisogno di rubare, potrai credere che esiste un complotto transnazionale, una sorta di grande fratello che tutto può e tutto vede ed è in grado di imporre in tutto il mondo la sua volontà, contro il quale nulla si può e quindi non resta che disinteressarsene e tirare a campare, potrai credere agli omini verdi e alle scie chimiche&#8230;.<br />
Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e cerchi di capire che la tana del bianconiglio è molto più profonda e complessa di quanto ti hanno sempre voluto far credere.</p>
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		<title>Grecia e dintorni</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 11:12:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bsaett</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si accavallano, come sempre, le notizie e le speculazioni sulla situazione economica dell’Europa, ed in particolare dei paesi in maggiore difficoltà: Grecia ed Italia. Per la Grecia, come abbiamo visto, il premier Papandreu ha chiesto il referendum sugli aiuti dall’Europa, un modo secondo alcuni di deresponsabilizzarsi. In realtà non aveva alcun senso, se proprio lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="float: left;" title="grecia" src="http://www.andrez.cotti.biz/wp-content/uploads/2011/11/grecia.jpg" alt="Grecia" width="300" height="257" />Si accavallano, come sempre, le notizie e le speculazioni sulla situazione economica dell’Europa, ed in particolare dei paesi in maggiore difficoltà: <strong>Grecia</strong> ed <strong>Italia</strong>.<br />
Per la Grecia, come abbiamo visto, il premier Papandreu ha chiesto il referendum sugli aiuti dall’Europa, un modo secondo alcuni di deresponsabilizzarsi. In realtà non aveva alcun senso, se proprio lo voleva fare il referendum, lo avrebbe dovuto indire prima di aver preso gli accordi, diciamo due anni fa quando sarebbe stato tutto più semplice e più facile. In questo modo ha solo provocato una caduta verticale in borsa e una marea di soldi buttati al vento.<br />
Poi, colpo di scena, ci rinuncia, dice che non serve più. Pare ovvio che l’annuncio sia servito solo a fare uscire allo scoperto gli oppositori, e mettere i puntini sulle i.<br />
Infatti, si scopre che nelle stesse ore <a title="Papandreou cambia i vertici delle forze armate" href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-01/papandreou-cambia-vertici-forze-212248.shtml" target="_blank">cambiava i vertici delle forze armate</a>, al punto che qualcuno avrà anche adombrato un possibile colpo di Stato. Molto più probabile che si sia solo voluto garantire l’immunità sostanziale per l’annuncio che si preparava a fare.<br />
Quindi, tirando le somme, appare tutto preordinato, e chissà quanto hanno speculato sugli swaps e sui titoli in borsa. Alla fine la Grecia accetterà le misure imposte e nessuno avrà più il coraggio di contestarle.</p>
<p>E per l’Italia? Qui da noi fa paura lo spread che sale, l’asta dei Btp che supera il 6%. Ma come stanno in realtà le cose?<br />
Partiamo dalla premessa che i bond, le obbligazioni e i titoli del Tesoro emessi dall’Italia sono al momento ad alto rischio, questo vuol dire anche ad alto rendimento (appunto il 6%). Per questo l’investitore saggio (e che deve rendere conto ai suoi facoltosi clienti), come gli Hedge Funds, sa che deve coprire (assicurare) il rischio che quei bond non vengano ripagati. Ecco che usano i cosiddetti CDS (credit default swap), cioè i derivati (termine più generico comunque) che in sostanza non fanno altro che trasferire (swap) il rischio di mancato pagamento (credit default) da un soggetto ad un altro.<br />
Detto ciò, andiamo a vedere cosa succede in Grecia per capire cosa potrebbe succedere in Italia.<br />
L’ISDA, cioè l’ente che decide se scatta la copertura dei CDS (cioè se verranno pagati), <a title="Greek Sovereign Debt Q&amp;A (Update)" href="http://www2.isda.org/attachment/MzY4Mw==/Update%20on%20Greek%20Q%20and%20A%2027%2010%2011.pdf" target="_blank">scrive</a>: &#8220;<em>Based on what we know it appears from preliminary news reports that the bond restructuring is <strong>voluntary and not binding on all bondholders</strong></em>”.<br />
Il riferimento è al taglio del 50% dei bond greci, come previsto in caso di default controllato (gli accordi di questi giorni), e vuol dire che se il taglio è volontario allora la copertura non scatta, quindi i CDS non vengono pagati. Ma se i CDS non vengono pagati, vuol dire che chi ha acquistato i bond greci rischia di rimetterci il 50% del loro valore. Ecco che appare logico che gli investitori ne rimangano alla larga. Ed infatti pare proprio che alla famosa asta dei Btp, quella del 6%, siano mancati gli Hedge Funds, perché ovviamente non si fidano più. E se mancano acquirenti, quindi la richiesta è bassa, il rendimento sale, perché occorre un incentivo maggiore per trovare nuovi acquirenti. Ecco perché i Btp italiani hanno sfondato il tetto del 6%.<br />
A questo punto l’EFSF, cioè il fondo salva Stati, ha capito che <a title="Anche l'Efsf è costretto a rinviare le emissioni" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-11-03/anche-efsf-costretto-rinviare-102007.shtml?uuid=AalxkKIE" target="_blank">non era il caso di emettere nuovi bond</a> per gli Stati in sofferenza. La prima emissione era di 5 miliardi, l’ultima avrebbe dovuto essere di 3 (si era parlato anche di 2), ma si sono resi conto che non c’erano sufficienti acquirenti, per cui hanno preferito soprassedere, e gli Stati in difficoltà dovranno attendere.</p>
<p>In sintesi sembra più che altro un giochetto tra i grandi che hanno già deciso tutto, mentre noi stiamo a baloccarci su se il Presindente del Consiglio se ne va o no, e quali misure prenderà. Girà, infatti, la voce che lunedì sarà lo stesso FMI a stabilire le modalità di intervento in Italia e in Spagna. Questo vuol dire due cose, da un lato che l’intervento è certo, dall’altro che l’EFSF non è in grado di intervenire a salvarci e servono i “più grandi”. Più o meno possiamo dire che l’FMI (circa 650 miliardi), con l’aiuto della Cina e forse della Russia, interverranno direttamente (intervento che prevederebbe l’uscita di scena del nostro Presidente del Consiglio, comunque). Ed è importante sottolineare quel “direttamente”, perché se l’intervento fosse mediato dall’EFSF allora l’FMI non avrebbe avuto potere contrattuale diretto con lo Stato italiano, mentre in caso di intervento diretto, questo potere lo ha. Insomma, un do ut des, io ti do tot soldi, e tu mi dai qualche cosa in cambio, aeroporti, monumenti, un pezzo di sovranità….<br />
I risultati li possiamo immaginare, le politiche industriale ed agricoli si decideranno fuori dall’Italia, è già così adesso (basti pensare all’agricoltura italiana che di fatto è stata parzialmente bloccata perché si è deciso che dobbiamo comprare prodotti dall’estero), ma domani sarà anche peggio.</p>
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		<title>Lo paghiamo il debito?</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 10:54:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bsaett</dc:creator>
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		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<description><![CDATA[Uno dei punti principali delle proteste di questi ultimi giorni che si fregiano dello slogan “occupiamo bankitalia”, è il rifiuto di ripagare il debito pubblico. Il debito pubblico non è altro che la somma di spese in disavanzo, trattamenti fiscali di favore, benefici concessi dalla politica per clientelismo ed evasioni avvenute in passato. E&#8217; ovvio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei punti principali delle proteste di questi ultimi giorni che si fregiano dello slogan “<em>occupiamo bankitalia</em>”, è il rifiuto di ripagare il debito pubblico. Il <strong>debito pubblico</strong> non è altro che la somma di spese in disavanzo, trattamenti fiscali di favore, benefici concessi dalla politica per clientelismo ed evasioni avvenute in passato. E&#8217; ovvio che quando questo debito, superato un sopportabile livello, si tramuta in maggiori tasse e minori servizi per i cittadini, si corre il rischio di una rivolta contro di esso come, appunto, stiamo osservando in questi giorni. Sia chiaro, non si vuole in alcun modo accusare chi giustamente si sente defraudato di un futuro, chi si sente costretto a pagare le conseguenze di scelte altrui, nella maggior parte dei casi la protesta è legittima, per tutti coloro i quali hanno subito scelte scellerate di altri, ma si rende necessario comprendere bene a quali conseguenze si va incontro quando si intraprende una strada poi non più revocabile.</p>
<p>Ormai è una guerra tutti contro tutti, ognuno ha qualcosa di cui lamentarsi, e qualcuno al quale addossare la colpa, in un’operazione che assume contorni piuttosto demagogici. I giovani protestano perché non vogliono pagare i debiti contratti dai loro padri e dalle precedenti generazioni, accusate di aver vissuto al di sopra delle loro possibilità; il Nord protesta perché non ritiene di dover pagare gli sprechi delle regioni povere del Sud, accusate di voler drenare soldi da quelle regioni che effettivamente li producono quei soldi; i lavoratori non vogliono pagare per i vantaggi degli imprenditori, ritenuti collusi con la politica, mentre gli imprenditori a loro volta ritengono ingiusto dover pagare gli eccessi dello Stato sociale volto ad un assistenzialismo eccessivo e deleterio e spesso visto in combutta con un sindacato sovente considerato una zavorra alla crescita economica del paese; poi le piccole imprese protestano perché vedono le grandi imprese come le uniche ad aver beneficiato dei grandi progetti e degli aiuti di Stato, mentre le grandi imprese se la prendono con le piccole imprese e i professionisti ritenuti evasori e fonte di mercato nero.<br />
Insomma tutti contro tutti, gente contro partiti, partiti contro gente, i primi tacciati di corruzione e furti, i secondi di qualunquismo e demagogia.</p>
<p>Ma quali le possibili conseguenze di una scelta così radicale? Ovviamente siamo nel campo delle ipotesi, perché ogni paese ha una storia a sé, e quindi non è possibile prendere esempi altrove per trasportarli in una realtà come l’Italia, principalmente per il fortissimo intreccio economico con l’Unione Europea. Comunque il rifiuto del debito potrebbe, in una prima ipotesi, determinare una tendenza al particolarismo ed una facilistica idea della risoluzione dei propri problemi da soli, senza l’aiuto di altri, sia a livello nazionale che locale. Questa è la via per la <strong>dissoluzione dell’unità nazionale</strong> con la creazione di tante autonomie, regionali, provinciali, fino a quelle locali, dove ognuno si fa via via carico del “proprio” debito personale, una forma estrema di federalismo.<br />
È evidente che nell’Italia di oggi queste spinte particolaristiche sono già presenti e fortemente vive, un’accelerazione in tal senso condurrebbe, quindi, alla dissoluzione dello Stato come lo conosciamo oggi, secondo modalità che farebbero estinguere lo Stato sociale, almeno in gran parte della nazione.</p>
<p>Una seconda ipotesi ci conduce verso un solidarismo esasperato, in modo da mantenere tutti gli sprechi del passato. I partiti odierni hanno, infatti, una forte base clientelare, per cui potrebbe rivelarsi difficile da proporre anche solo l’idea di intaccare i benefici della loro base (idee di questo tipo, infatti, sono proponibili ormai solo da istituzioni come Bankitalia, che è per questo vista come obiettivo di proteste che in realtà dovrebbero essere dirette altrove).<br />
Questa è la via <strong>autarchica</strong>, fortemente strumentale alla ricerca del consenso. Si avrebbe probabilmente una (molto) graduale pressione sulle rendite, l’introduzione di patrimoniali e di vincoli ai portafogli di imprese e cittadini, e si determinerebbe una economia chiusa che implica a priori una fuga dei capitali, per cui tale via non avrebbe speranza di reggere a lungo se nel contempo non si attuassero radicali misure di soppressione della libertà di movimento dei capitali, misure che facilmente sfocerebbero, col tempo, in limitazioni anche alla libertà di movimento delle persone. Si tratta anche in questo caso di spinte già presenti nel nostro paese, ma è chiaro che questa via porterebbe all’isolamento, fatale per il paese a causa dell’interdipendenza della nostra economia con quella degli altri paesi europei.</p>
<p>Infine, un rifiuto del debito potrebbe anche portare, per una perdurante inerzia del governo in carica, ad una incapacità di gestione dello stesso, ed essendo una sua parte importante detenuto da altri Stati o comunque all’estero, la conseguenza ovvia sarebbe l’applicazione di una amministrazione controllata dello Stato da parte di organismi internazionali, e quindi una <strong>perdita di sovranità nazionale</strong> a vantaggio di altri paesi. Questa strada è già parzialmente intrapresa, visto che la Bce ci ha di fatto imposto alcune misure economiche.  Nel seguito, come già accaduto ad altri paesi e sta accadendo alla Grecia in questo momento, verranno imposte misure draconiane per onorare il debito, tra le quali spesso si ha la (s)vendita di assett industriali primari (porti, aeroporti, centrali…).</p>
<p>In ogni caso, qualunque sia la strada intrapresa, il rifiuto di pagare il debito pubblico, anche solo in parte, comporterebbe conseguenze devastanti. Qualsiasi paragone con realtà come l’Islanda non sta in piedi, visto che l’<strong>Islanda</strong> è un piccolo paese con pochi abitanti e con grandi risorse naturali, al punto che quando decisero di non pagare il debito estero, e la Gran Bretagna ne fece congelare i beni all’estero (usando le leggi antiterrorismo), questa decisione non intaccò se non minimamente l’economia islandese, che anche nei momenti peggiori ha sempre avuto un Pil più che doppio di quello italiano. L’economia islandese vive di esportazioni, quella italiana di trasformazione di beni prodotti all’estero. Quale paese si fiderebbe dell’Italia che congela e non onora i debiti? Con quale moneta pagheremmo i beni da trasformare e le importazioni in generale?<br />
Non onorando il debito pubblico ci esporremmo solo alle ritorsioni degli altri paesi, come la confisca dei nostri beni (tutte le aziende italiane hanno filiali all’estero) ed il blocco delle transazioni. E se consideriamo che gli stipendi degli statali vengono pagati con le aste dei titoli di Stato, possiamo ritenere con una certa probabilità che l’intera macchina statale sarebbe costretta al collasso. Certo, i ricchi forse si salverebbero, trasferendosi all’estero, ma sarebbero i cittadini a pagare un prezzo elevatissimo.</p>
<p>In realtà l’ipotesi di non onorare il debito è semplicemente improponibile e non attuabile proprio per l’interdipendenza economica e politica del nostro paese con le altre realtà europee. Non siamo un’isola, e dobbiamo molto, troppo al resto d’Europa. Bisogna inoltre rendersi conto che il problema dell’Italia non è, o quanto meno non solo, finanziario, ma economico, nel senso che la nostra economia, per scelte sbagliate dei politici, per spreco, per incompetenza dei nostri imprenditori (spesso collusi con la politica), per tutta una serie di motivi che qui è inutile analizzare, è purtroppo insufficiente a reggere una scelta autarchica. Questa è la dura realtà con la quale dobbiamo confrontarci e dalla quale non possiamo prescindere.</p>
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		<title>Lettera alla UE: petizione contro il bavaglio</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 19:25:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bsaett</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Firma la petizione per denunciare all&#8217;Europa la legge bavaglio. Spediremo la lettera via mail al Parlamento Europeo, alla Commissione Europea e al Consiglio dell&#8217;Unione Europea con la vostra sottoscrizione L&#8217;Europa, attraverso la BCE, ci ha dato la linea di indirizzo per salvare la nostra economia. Chiediamo che, con la stessa autorevolezza, faccia rispettare la sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Firma la <a title="Lettera alla UE: ci avete imposto le misure economiche ora 'imponeteci' la libertà di stampa" href="http://www.valigiablu.it/doc/555/lettera-alla-ue-ci-avete-imposto-le-misure-economiche-ora-imponeteci-la-libert-di-stampa.htm" target="_blank">petizione per denunciare all&#8217;Europa la legge bavaglio</a>. Spediremo la lettera via mail al Parlamento Europeo, alla Commissione Europea e al Consiglio dell&#8217;Unione Europea con la vostra sottoscrizione</p>
<p>L&#8217;Europa, attraverso la BCE, ci ha dato la linea di indirizzo per salvare la nostra economia. Chiediamo che, con la stessa autorevolezza, faccia rispettare la sua carta dei diritti fondamentali perché qui stiamo rischiando di perdere la libertà di stampa. Confidiamo che un ruolo delle istituzioni europee possa essere, ancora una volta, determinante, per il Paese.</p>
<p>Nei prossimi giorni, probabilmente mercoledì 12 ottobre 2011, il Parlamento italiano voterà per l’approvazione di una delle leggi più liberticide che mai abbia conosciuto l’Europa. La legge in questione, conosciuta in Italia come “<strong>DDL Intercettazioni</strong>”, ha l’evidente scopo, sempre più evidente in quanto l’iter di questa norma è stata accelerato nel momento in cui sono comparse sui giornali italiani (e non solo) intercettazioni ed atti di indagine relativi a procedimenti penali contro politici italiani di primo piano, da un lato di limitare pesantemente le attività investigative della magistratura, e dall’altro impedire che i giornalisti, ma non solo, possano poi raccontare ai cittadini quel poco delle indagini giudiziarie che in qualche modo si sono potute eseguire nonostante le restrizioni delle nuove norme; fino a prevedere il carcere per i giornalisti.</p>
<p>Tali norme sono in aperto e profondo contrasto innanzitutto con le <strong>norme costituzionali</strong> interne, prima di tutto l’articolo 1 comma 2 che garantisce l’esercizio della sovranità popolare, sovranità che, come affermato dalla Corte di Cassazione italiana con la sentenza n. 16236 del 2010, può essere esercitata solo nel momento in cui il popolo sia correttamente e compiutamente informato. È di solare evidenza che nascondere atti di indagine al popolo significa impedirgli di poter giudicare i suoi rappresentanti politici correttamente e compiutamente.</p>
<p>Ulteriore contrasto si realizza con l’articolo 101 della Costituzione in base al quale “La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano”, norma che presuppone che il popolo italiano possa, anzi debba conoscere per tempo le modalità di amministrazione della giustizia, e questo non può che avvenire a mezzo della stampa. Per non parlare dell’ovvio contrasto con l’articolo 21 che sancisce la libertà di manifestazione del pensiero.</p>
<p>Altresì questo disegno di legge risulta palesemente in contrasto con <strong>norme, regolamenti, direttive europee</strong>, ed anche con lo stesso Trattato dell’Unione Europea. Ad esempio la raccomandazione del Parlamento europeo, del 27 marzo 2009, invita gli Stati membri a “garantire che la libertà di espressione non sia soggetta a restrizioni arbitrarie da parte della sfera pubblica e/o privata e ad evitare tutte le misure legislative o amministrative che possono avere un effetto dissuasivo su ogni aspetto della libertà di espressione”. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, come ebbe a ricordare il commissario europeo Viviane Reding, stabilisce che la libertà di espressione costituisce un principio basilare dell’Europa e qualsiasi restrizione od ostruzione al giornalismo d’indagine può essere considerata come un grave attentato alla libertà di espressione (art. 11). La Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo (CEDU), con la sentenza del 10 febbraio 2009, ha sancito che la libertà di stampa prevale sulla privacy (la cui tutela è spesso usata in Italia quale schermo per giustificare una norma così liberticida), così da tutelare il diritto dei cittadini di ricevere informazioni su ciò che accade nei palazzi del potere. Con la sentenza del 7 giugno 2007, il Tribunale di Strasburgo ha stabilito che il diritto della stampa di informare su indagini in corso e il diritto del pubblico di ricevere notizie su inchieste scottanti prevalgono sulle esigenze di segretezza: il diritto dei cittadini di conoscere i fatti vince sempre sulla segretezza delle carte processuali.</p>
<p>E, infine, non possiamo dimenticare la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo che recita: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere” (art. 19).</p>
<p>È importante notare che non si tratta solo di un problema soltanto di diritto interno, ma di norme che potrebbero avere un impatto sull’intera Europa, in quanto potrebbe sorgere la giurisdizione della magistratura italiana anche per reati commessi da cittadini stranieri, purché il soggetto leso sia un cittadino italiano o parte dell’azione avvenga in Italia. Non si tratta di paure infondate, basti ricordare l’incriminazione dinanzi ai giudici italiani del marine americano che in Iraq uccise l’italiano Calipari, oppure la condanna di Google per mancato rispetto della normativa sulla privacy italiana, nonostante i server dell’azienda Usa non siano presenti in Italia. Si tratta, quindi, di una problematica che può, e deve, interessare anche l’Unione Europea.</p>
<p>Stiamo parlando di un progetto di legge che ha avuto il demerito di assommare fin troppe bocciature e critiche da qualsiasi istituzione internazionale che se ne sia occupata. Possiamo, ad esempio, ricordare Frank La Rue, relatore speciale dell’<strong>ONU</strong> sulla libertà di opinione e di espressione, che il 13 luglio 2010 aveva chiesto al governo italiano di abbandonare questo disegno di legge. Oppure Dunja Mijatovic, rappresentante per la libertà dei media dell’<strong>OSCE,</strong> che il 15 giugno del 201 ha invitato l’Italia a rinunciare alla proposta di legge.</p>
<p>La conseguenza dell’approvazione del DDL intercettazioni sarà di indurre un artificioso e strumentale silenzio stampa, perdurante fino ad anni dopo i fatti oggetto di indagine, con enorme pregiudizio del diritto di cronaca e dei diritti democratici dei cittadini italiani. Come sostenne Hugo La Fayette Black (1886-1971), Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti: “<em>La stampa deve servire ai governati non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo</em>”.</p>
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		<title>Wikipedia per protesta si censura</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 19:43:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bsaett</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fascismo & dittature]]></category>
		<category><![CDATA[ammazzablog]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[comma 29]]></category>
		<category><![CDATA[wikipedia]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo alle battute finali, forse, relativamente al ddl di riforma delle intercettazioni, e quindi del famigerato comma 29, cosiddetto ammazzablog, e quindi anche la più diffusa enciclopedia gratuita online si pone il problema. Dopo una discussione che si è potuta leggere nel forum dedicato, una ragionata discussione, gli amministratori della versione italiana di Wikipedia hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="float: left;" title="protesta di Wikipedia" src="http://www.andrez.cotti.biz/wp-content/uploads/2011/10/wikipedia-protesta.jpg" alt="protesta di Wikipedia" width="180" height="139" />Siamo alle battute finali, forse, relativamente al ddl di riforma delle intercettazioni, e quindi del famigerato comma 29, cosiddetto ammazzablog, e quindi anche la più diffusa enciclopedia gratuita online si pone il problema. Dopo una discussione che si è potuta leggere nel forum dedicato, una ragionata discussione, gli amministratori della versione italiana di Wikipedia hanno convenuto di autocensurarsi. Da oggi alle ore 19,30 Wikipedia non è più visibile, tranne un <a title="Wikipedia comunicato 4 ottobre" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011" target="_parent">breve comunicato</a>, per protestare contro il comma ammazzablog che introduce la rettifica a tutti i siti informatici.<br />
Il comunicato recita così: &#8220;in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più  continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato  utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi  leggere esiste ed è solo nascosta, ma c&#8217;è il rischio che fra poco si  sia costretti a cancellarla davvero&#8221;, per concludere con un invito: &#8220;Vogliamo poter continuare a mantenere un&#8217;enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?&#8221;.</p>
<p><a title="Ammazzablog, l'autocensura di Wikipedia: è questa la rete che vogliamo?" href="http://www.valigiablu.it/doc/546/wikipedia-contro-lammazzablog.htm" target="_blank">E questa la rete che vogliamo</a>?</p>
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		<title>Se l’Asia compra l’Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 16:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bsaett</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi giorni, tra le righe delle notizie riguardanti la crisi, si sono potuti leggere alcuni lanci piuttosto interessanti. Prima di tutto si è parlato del ministro dell’economia italiano che ha offerto alla Cina i Btp, sperando che gli asiatici potessero comprare un po’ del nostro debito. Ovviamente già la notizia in sé è preoccupante, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="float: left;" title="Cina " src="http://www.andrez.cotti.biz/wp-content/uploads/2011/09/cina-compra.jpg" alt="Cina " width="262" height="174" />Negli ultimi giorni, tra le righe delle notizie riguardanti la crisi, si sono potuti leggere alcuni lanci piuttosto interessanti.<br />
Prima di tutto si è parlato del <a title="E l'Italia si rivolge alla Cina per i Btp e gli investimenti" href="http://www.repubblica.it/economia/2011/09/12/news/e_l_italia_si_rivolge_alla_cina_per_i_btp_e_gli_investimenti-21580029/" target="_blank">ministro dell’economia italiano che ha offerto alla Cina i Btp</a>, sperando che gli asiatici potessero comprare un po’ del nostro debito. Ovviamente già la notizia in sé è preoccupante, per il solo fatto che ci sia bisogno di cercare qualcuno che ci compri il debito. Questo vuol dire che non è tanto vero, come sempre il nostro fantasista economico si affretta a rassicuraci, che il nostro debito va alla grandissima e c’è più richiesta che offerta. In realtà i ben informati sanno che è da un po’ che il nostro debito, cioè i nostri titoli di Stato, non interessano più a nessuno, per cui chi compra sul mercato è la Bce, finché potrà farlo, mentre i privati ne approfittano per liberarsene. Uno scontro interneo alla Bce proprio sulle operazioni di acquisto del debito dei paesi in difficoltà ha portato all’uscita dalla banca europea del rappresentante tedesco. Comunque il presidente ha riaffermato l’intenzione di aiutare i paesi in difficoltà, ma ovviamente ci si chiede fino a quando sarà possibile. Ecco, quindi, che l’offerta alla Cina dei Btp nostrani da un’idea della situazione.</p>
<p>E la Cina? Il fondo China Investment Corporation (Cic), fondo sovrano cinese istituito dal governo per gli investimenti all’estero, si è affrettato a dire che i nostri titoli non gli interessano, al massimo potrebbero pensare di comprare “assett industriali strategici”. Quindi, la Cina non ha intenzione di aumentare la quantità di debito italiano nelle sue casse, oggi attestato intorno al 4%, quanto piuttosto vorrebbe mettere le mani su i nostri “assett strategici”, come dire Eni, Enel, porti, banche, aeroporti e cosette del genere. Hanno anche aggiunto che tali acquisti sarebbero subordinati ad una riduzione dei dazi fiscali europei. Tradotto, la Cina dice che ci verrà incontro per salvarci dal disastro economico se svendiamo la nostra economia e consentiamo loro anche di venderci le loro merci.</p>
<p>Ma la Cina ha i fondi sufficienti per salvare l’Italia? Probabilmente no, è troppo esposta verso gli Usa, e poi il Cic capitalizza circa 400 miliardi dei quali 300 sono stanziati per investimenti esteri, però poi ci sarebbero anche le banche private cinesi, ma il punto è un altro, l’Italia ha urgente bisogno di iniezioni di denaro fresco, e la Cina lo ha. Vedremo nei prossimi giorni cosa accadrà.</p>
<p>Nel frattempo, e veniamo alla seconda notizia interessante, <a title="Tata: la Gran Bretagna colonia indiana" href="http://www.repubblica.it/supplementi/af/2011/09/19/villaggioglobale/012ratan.html" target="_blank">la Tata, colosso industriale indiano, fa nuove acquisizioni</a> e diventa il primo gruppo industriale a Londra quanto a numero di occupati. Tra investimenti diretti, acquisizioni, joint venture (anche con Fiat), Tata si occupa di auto, hotel, manifattura ed altro. Siamo ormai ben lontani dalle conquiste degli inglesi nel continente indiano, ai tempi della Compagnia Britannica delle Indie orientali, e il flusso si è ampiamente invertito. Del resto non dobbiamo dimenticare che la Gran Bretagna è uno dei paesi più colpiti dalla crisi, in quanto è stata fortissima la <a title="La finanziarizzazione dell’economia: da Reagan a Genova!" href="http://www.andrez.cotti.biz/la-finanziarizzazione-dell%E2%80%99economia-da-reagan-a-genova-4761.html " target="_blank">finanziarizzazione</a> del paese, con delocalizzazioni della produzione effettiva un po’ dappertutto.<br />
Il succo del discorso pare proprio questo, dopo anni ed anni di delocalizzazioni dei vari settori produttivi, in Asia principalmente, ma anche in Sudamerica, e la trasformazione delle varie aziende in finanziarie (basti vedere la Fiat che ormai produce solo nell’est europeo e in Sudamerica), al momento della crisi l’Europa si è fatta trovare con le braghe calate. Niente più produzione, niente difesa dalla crisi. I soldi, si è capito, non nascono dal nulla e non si inventano, come vorrebbero le finanziarie con i loro derivati e contratti finanziari ad alto rischio (che in sostanza non sono altre che scommesse sul futuro, così investendo oggi i soldi che si guadagneranno, forse, domani), ma vengono sempre e solo dalla produzione di cose, che ormai è tutta lì, in Cina, in India, in Brasile.<br />
Ed ecco che mentre l’Europa perde pezzi, le nazioni ex sottosviluppate si prendono la loro rivincita, da anni continuano, grazie alla produzione di beni, a correre con Pil doppi o tripli rispetto a quelli europei, e adesso tornano a saldare il conto, comprandosi l’Europa pezzo dopo pezzo.<br />
La Grecia è in difficoltà? Aiuti in cambio di un porto. L’Italia soffre? Aiuti in cambio di assett strategici, e così via.</p>
<p>Vi sembra eccessivo? E che ne dite della City di Londra, una volta tempio della finanza mondiale, amministrata indipendentemente dalla città vera e propria, che adesso <a title="City tradita da Cameron una parte degli uffici sarà trasformata in case" href="http://www.repubblica.it/supplementi/af/2011/09/19/finanza/020londrax.html " target="_blank">svende e trasforma i tanti uffici finanziari, vuoti per crisi, in case da vendere ed affittare</a>?<br />
Il primo ministro inglese fa sul serio e ha intenzione di modificare le rigide regole della City, consentendo la modifica a fini abitativi degli edifici. Un tentativo di rilanciare l’economia stagnante. In fondo è l’unica “produzione” che rimane possibile, lì.<br />
A pensarci bene è quello che noi italiani stiamo facendo da decenni, per rilanciare l’economia infiliamo nelle finanziarie incentivi per costruire case e cemento, cemento e case, insomma i nostri politici ci hanno nascosto per bene una triste verità, siamo in crisi economica da decenni, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di dircelo. E sarà veramente stupefacente quando svenderanno l’economia ai cinesi e nel contempo ci racconteranno che è l’ennesimo colpaccio dei grandi geni finanziari e politici nostrani, un’altra operazione da maestro. E forse ci crederemo ancora una volta!</p>
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		<title>Odi et Brancher</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 11:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bsaett</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corruzione & malgoverno]]></category>
		<category><![CDATA[Questione morale]]></category>
		<category><![CDATA[160 milioni]]></category>
		<category><![CDATA[Brancher]]></category>
		<category><![CDATA[odi]]></category>
		<category><![CDATA[organisimo di indirizzo]]></category>

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		<description><![CDATA[Se la politica è un sistema di conseguenze, allora ogni decisione politica dovrebbe essere accuratamente studiata, per le conseguenze che determina. Intontiti dall’afa estiva, ma forse più dalle continue notizie e non notizie che i media ci sfornano a getto continuo, quasi un assedio per ricordarci quanto noi cittadini siamo seriamente sforniti di rappresentanza politica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="float: left;" title="Aldo Brancher" src="http://www.andrez.cotti.biz/wp-content/uploads/2011/08/brancher.jpg" alt="Aldo Brancher" width="209" height="135" />Se la politica è un sistema di conseguenze, allora ogni decisione politica dovrebbe essere accuratamente studiata, per le conseguenze che determina.</p>
<p>Intontiti dall’afa estiva, ma forse più dalle continue notizie e non notizie che i media ci sfornano a getto continuo, quasi un assedio per ricordarci quanto noi cittadini siamo seriamente sforniti di rappresentanza politica nelle istituzioni, forse abbiamo mancato l’ennesima notizia che dovrebbe farci riflettere.<br />
La riporta l’<a title="A Brancher 160 milioni di euro" href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/a-brancher-160-milioni-di-euro/2159120//0 " target="_blank">Espresso</a>, poi ripresa dal <a title="Il pregiudicato Brancher gestirà un ente da 160 milioni di euro" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/25/lespresso-il-governo-ha-regalato-a-brancher-160-milioni-di-euro/153492/" target="_blank">Fatto Quotidiano</a>, si tratta del ministro da soli 17 giorni Aldo Brancher, il quale dovette dimettersi dalla carica governativa per le polemiche conseguenti alla sua richiesta di avvalersi del legittimo impedimento. Di seguito il povero ministro si vide <a title="La politica degli impresentabili Brancher condannato a due anni" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/05/brancher-condannatoa-due-anni/149966/" target="_blank">condannare</a> a due anni di carcere e 4mila euro di multa, per ricettazione e appropriazione indebita nel caso Antonveneta, nel quale era coinvolto insieme a Giampiero Fiorani.<br />
La sentenza in questione non venne eseguita perché i fatti ricadevano nell’indulto dell’ex ministro Mastella, ma a tutti gli effetti possiamo definire l’ex ministro un condannato o, come sembra gradire di più certa stampa, un pregiudicato.</p>
<p>Oggi apprendiamo che Brancher è stato posto, per i prossimi 5 anni, a capo dell’ODI, un organismo parastatale praticamente infante, visto che nasce il 14 gennaio del 2011 con un apposito decreto firmato da Berlusconi e Tremonti, ente che si ritrova in cassa ben 160 milioni di euro. Questi soldi, come leggiamo nell’articolo dell’Espresso, sono “<em>destinati ai soli Comuni veneti e lombardi delle fasce di confine con Trento e Bolzano</em>”. Un sovvenzionamento ai centri di montagna delle zone indicate era già previsto nel 2008, al fine di frenare la secessione dei centri di montagna, i quali progettavano di abbandonare le regioni padane per entrare nelle province a Statuto Speciale, sicuramente più ricche, ma all’epoca si parlava di 20 milioni soltanto. Adesso apprendiamo che il fondo è stato incrementato fino a 160 milioni, 80 per il biennio 2010-2011.<br />
L’Organismo di indirizzo, ODI, ha proprio il compito di decidere sulla distribuzione dei soldi, ma i soldi sono quelli delle province di Trento e Bolzano, province autonome che solo casualmente non sono gestite dal centrodestra. Non solo, Brancher è a capo anche del CAP “Commissione di approvazione dei progetti”, che valuta concretamente quali giunte beneficiare e con quanto denaro.<br />
Insomma, a leggerla tutta d’un fiato un malpensante potrebbe ritenere che sia un modo come un altro per sottrarre a province rette da amministrazioni di diverso colore i soldi, in modo che sia sempre il partito di governo a decidere dove indirizzare la spesa, indipendentemente da chi ha vinto le elezioni amministrative. E per evitare troppe proteste si sarebbe accontentato anche le province suddette con l’aumento dei fondi a loro destinati.</p>
<p>Ma questo è un aspetto secondario, non è la questione fondi, che poi sono sempre delle amministrazioni locali, l’aspetto che colpisce, quanto la scelta piuttosto discutibile del soggetto da porre a capo di un organismo di tal fatta.<br />
Quando si tratta di nominare qualche politico per qualche posto di rilievo, siamo soliti ascoltare la tiritera della presunzione di innocenza fino a condanna definitiva. In questo caso la condanna definitiva c’è!<br />
Per i condannati siamo soliti ascoltare la solfa che anche loro, dopo aver pagato il debito nei confronti della società hanno diritto di reintrodursi. Ma in questo caso non ha pagato alcun debito, grazie al’indulto, anzi sono stati i politici che si sono lavati le mani gli uni con gli altri!<br />
Allora viene da chiederci quale merito abbia Brancher per occupare un posto dove gestire 160 milioni di euro? In fondo stiamo parlando di un soggetto che è stato condannato proprio per reati nella gestione di soldi, non è forse come mettere un topolino a fare la guardia ad una fabbrica di formaggio?</p>
<p>Ovviamente siamo sicuri che il “più breve ministro della storia” avrà messo la testa a posto, dopo la condanna, e quindi adesso penserà solo al bene dell’Italia, ma il problema è di opportunità di scelte, la questione è il messaggio che si da alla gente.<br />
È impossibile che la gente abbia fiducia nelle istituzioni e nei loro rappresentanti se i soggetti premiati sono sempre gli stessi, se le nomine finiscono ai soliti noti come fossero indennizzi per gli incidenti di percorso (processi e condanne) nei quali incorrono durante le loro carriere ventennali, mentre gli onesti rimangono sempre fermi al palo.<br />
È mai possibile che tra tutti i politici non ve ne siano uno solo che non sia assurto alle cronache giudiziarie al quale affidargli quel delicato incarico? Se così è allora il problema è molto più grave di quanto possiamo credere, ma se un politico onesto da scegliere in alternativa si sarebbe potuto trovare, allora la scelta di Brancher è politicamente sbagliata perché induce nei cittadini l’idea che <a title="Busto, fascista, Letta, L'Aquila, terremoto, Brancher, 160 milioni di euro" href="http://www.valigiablu.it/doc/498/busto-fascista-letta-laquila-terremoto-brancher-160milioni-di-euro.htm" target="_blank">la politica sia un feudo riservato</a> nell’ambito del quale nessuno paga mai realmente per le sue responsabilità.<br />
E se le cose stanno in questo modo, come potremo mai uscire dalla crisi economica con una classe dirigente che qualsiasi scelta faccia, anche la peggiore, non pagherà mai alcuna conseguenza politica?</p>
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