Antonio di Pietro

Antonio di Pietro

Il sessantenne soprannominato ” trattorista di Montenero di Bisaccia” dal paese molisano di cui è originario, proveniente da ceppo contadino e, una volta famoso, agricoltore a favore di obiettivo, nasce con prospettive oneste e modeste: prima operaio in Germania, poi poliziotto, una moglie compaesana, un figlio, un binario da tragitto provinciale, bravo ragazzo di famiglia che aspira alla pensione da maresciallo.
Ma lui non ci sta.

Studente lavoratore, si diploma, si laurea in legge ( grandi insinuazioni sul come, ma non era infrequente tra gli uomini in divisa), entra in magistratura. Qualche amarcord televisivo ce lo ha mostrato negli anni ottanta, piemme inflessibile in processi di crimine ordinario, astuto, in possesso di un eloquio molto più pulito di quanto non appaia oggi.

La carriera richiede il suo prezzo: il primo matrimonio finisce, subentra un’avvocatessa bergamasca, altri due figli, il dottor Di Pietro inizia a parlare con un accento vagamente brembano misto all’idioma di provenienza su cui calca, pare, quasi ad arte.Nel 1992 l’Italia si sveglia sulla metrica di quest’uomo, sorvolando sul fatto che il pool di Mani pulite comprende un capo e altri valenti colleghi. Niente da fare, l’eroe diventa lui, la nazione intera lo acclama scompostamente, qualche maligno insinua che sia un fantoccio della CIA, dei servizi, si va a caccia di interviste in giro, del tipo, ” io lo conoscevo bene”, in breve si apprende dove sta il cuore della sua azione, l’obiettivo vero: Silvio Berlusconi.

Costui si difende candidandosi a premier, ma tenta il colpaccio e, una volta in sella ( per poco, all’esordio) offre al molisano il ministero della Giustizia. Rifiuto sdegnoso e inizio di una guerra tuttora in corso. Peccato, volevamo proprio vedere come sarebbe andata a finire in caso contrario.
A questo punto è radiocronaca.

Il gioco si fa stretto, l’arcoriano mica è sceso in campo per nulla: prima si libera del suo mentore Craxi, poi ignora bellamente esaurimenti e suicidi di ex amici e sodali, anzi ne assolda i parenti nel partito e tutto viene dimenticato, dentro anche la Lega ( con cui si sospetta che Di Pietro treschi sempre anche grazie alla consorte padana). Silvio vince il round, ma il ribaltone causato da Bossi lo disarciona, costringendolo a un paio d’anni di rimuginio rancoroso. Il momento è quello giusto, Di Pietro lascia la toga e fonda il suo movimento, poi partito. Silvio perde nel 1996, Antonio si organizza e nel 2001 si presenta e rimedia dei seggi, peccato che Silvio questa volta vinca le elezioni contro Rutelli ( sarebbe parso strano il contrario).

IDV all’inizio incuriosisce, talora irrita, imbarcando residui di destra e sinistra, iscarioti pronti alla fuga al primo cimento di coraggio antibandana, anime pure come l’intellettuale italo congolese Leonard Touadi che, nel 2008, nemmen ancora si era seduto sul seggio dei dipietristi con cui si era fatto nominare/eleggere, che già veleggiava verso il PD, scandalizzato per l’irruenza dell’ex piemme contro un Napolitano troppo promulgante, al primo lodo che gli cacciarono sotto il naso.
E se tra i banchi IDV dei parlamenti nazionali o locali era possibile trovare una fiera Franca Rame e una simpatica Tana De Zulueta, raccoglie perplessità, per gli elettori sempre più numerosi, scoprire piccoli affaristi da prima repubblica, il primogenito di Di Pietro ( poliziotto consigliere comunale, espulso dal partito causa una piccola segnalazione per un posto di lavoro, ma non dimissionario dalla carica) e lo stesso Leoluca Orlando, personaggio interessante ma sempre in mezzo alle polemiche, soprattutto per aver a suo tempo criticato di malagrazia Giovanni Falcone.

Il “trattorista” è abile negli affari immobiliari, compra, vende, investe, qualcuno dei primi aderenti esce sbattendo la porta, volano accuse fondate su una Mercedes, appartamenti e trasferte in Bulgaria (strano posto dove investire, in effetti), la fondazione che amministra il partito e sarebbe affare praticamente di famiglia e poco trasparente, fino agli ultimi anni di fuoco: la fotografia con Contrada, le candidate “bellocce” e senza apparenti meriti (tacchi da dodici, minigonne e panta aderenti, troppo simili alle autoreggenti della libertà, una poi si mette a fare il peana di Berlusca), consiglieri comunali che all’indomani del voto litigano davanti alle telecamere, e di nuovo storie di immobili: il Touthankhamen di Montenero ha un debole per il mattone, che ci volete fare, ma finora nessuno è riuscito a incastrarlo.

La retorica si fa più colorita che mai, grandi proclami ai programmi dov’è ospite fisso (“che ci azzecca”, e similari, con gestualità da caffé di provincia o contrattazione di buoi alla fiera), diventa un cult, lui ci marcia, sa che acchiappa, e arrivano imbarchi più fascinosi, ma pericolosi: De Magistris, bello e impossibile, ne insidia l’immagine, l’aria di intellettuale di Posillipo non è accattivante, e poi affonda il coltello con meno pietà del folkloristico capo e storce il naso quando alle elezioni in Campania si appoggia un indagato – e pure inutilmente, visti i risultati. Luigi viene spedito all’europarlamento, stia pur lì buono, dopotutto in magistratura aveva i giorni contati.

Antonio naviga bene, legalità, solidarietà, lo straniero è mio fratello, cattolico ma adulto e liberale, gay friendly tanto il suo machismo è fuori discussione, confessa di aver votato qualche volta radicale (ignorando attacchi furiosi che arrivano regolarmente da RR), a volte ha sbagliato compagni di foto (smemorabile con Occhetto), ma mai la costruzione dell’immagine.


Dillo a Google che ti piace questo Articolo:

Condividi questo articolo su:
Pubblica su:
google_plus

http://www.wikio.it/
Commenti
Non ci sono ancora commenti per questo articolo. Scrivine uno.

Devi essere Registrato per poter laciare un commento!.

no search engine queries found.